L’espressione “rottamare” mi ha rottamato i coglioni.
Ce lo vorrei vedere il nostro premier, al colloquio scolastico di uno dei suoi figli, sentirsi dire da un professore: – Il ragazzo purtroppo in matematica è davvero da rottamare -.
Non so se coglierebbe il lato ficcante e moderno di questa terminologia che in realtà rimanda ad immagini di carcasse di veicoli arrugginite, ammaccate e pressate in luoghi desolati e deprimenti.
Se mai dovessi usare questo verbo tanto in voga direi che mi hanno “rottamato” i coglioni i social network, o meglio, le mostruosità che essi hanno creato.
Un tempo l’interfacciarsi, il relazionarsi ed i rapporti dialogici tra gli individui avveniva sempre con modalità dignitose e mediamente accettabili dalla società civile.
Penso, ad esempio, al periodo del liceo, momento cruciale per la formazione caratteriale ed attitudinale di una persona. In quel frangente mi è capitato di conoscere esseri umani che tuttora adoro e ritengo parte della costruzione della mia identità culturale e mentale. Probabilmente perchè condividevo con essi gusti musicali, ideali di vita, passioni extrascolastiche, sogni ed ambizioni, ma è altresì capitato che taluni soggetti siano entrati nella mia quotidianità attraverso incontri ben più burrascosi ed anomali come alterchi, risse verbali e non, scontri caratteriali, insomma cose ben normali a quell’età.
Il succo è: mi è capitato spesso che persone che ritenevo a pelle insopportabili, poi, conoscendole (magari dopo enormi litigi), siano diventate quelle che maggiormente apprezzo e gradisco, mentre altre che idealizzavo, ritenendole piacevoli, interessanti e a me compatibili, si siano rivelate deludenti e sgradevoli.
Questa cosa credo che si chiami: vivere.
Questa cosa i social network non la stanno “rottamando”, ma del tutto devastando.
Questa cosa sottolinea nella mia mente che ciò che non riesco più ad accettare delle reti sociali è che a causa di esse stiamo lentamente disimparando a vivere.
Ciò avviene per tutte le fasce di età, il web in breve tempo ha creato per molte persone un succedaneo di vita, dove inventarsi un rocambolesco e fiero alter ego in grado di sfogare i loro istinti più biechi, turpi e soffocati, che nella vita reale (quella fatta di sangue, sudore e merda per intendersi) tengono ben nascosti e sedati, poiché nella vita reale ad ogni azione corrisponde una reazione.
Se vai da un panettiere e dici: -Testa di cazzo fallito io compro il tuo pane perché ti ho davanti a casa ma fa cagare- magari se trovi il panettiere sbagliato torni a casa con una guanciotta un po’ più rosea del solito.
Nei social questo non accade, grazie all’anonimato, all’inebriante sicurezza di stare dietro ad uno schermo, al calduccio, nella propria casa, o alla distorta illusione di essere solo un codice IP.
Nei social esce fuori la meschinità, per iscritto, quindi attraverso parole che non “volant” ma “manent”.
E qui arriva la seconda parte della mia analisi: mi hanno “rottamato” i coglioni i fenomeni della critica da rete sociale, sia quelli che godono di fama sia gli sconosciuti che ambiscono ad avere una rilevanza nella società virtuale.
Un tempo i critici erano persone che avevano donato il cervello e il tempo della loro vita allo studio, all’analisi e alla comprensione dell’arte da loro amata (letteraria, teatrale, cinematografica, musicale), artisti della parola applicata con raziocinio e maniera ad un’analisi dell’opera.
La figura di critico con l’avvento delle reti sociali, dei blog, di siti teoricamente di settore spesso improvvisati e pressapochisti, ha perso agli occhi della massa quell’aurea di sacralità, sacrificio e sforzo intellettuale che una volta era la patente obbligatoria se si voleva dare un parere su un lavoro artistico.
Per quanto mi sforzi ho serie difficoltà ad immaginare, se fossero attivi e tuttora in vita, un Giuseppe Giacalone, un Tullio Kezich, un Eduardo Boutet o un Salvino Chiereghin twittare pareri sull’eliminazione di un concorrente di Masterchef, o le terga di una concorrente dell’isola dei famosi frapposte a link di loro saggi critici uploadati nella rete.
Sarò io un inguaribile malinconico dell’italiano scritto in maniera aulica e letterata, sarò io che sono del tutto stanco di un web che lentamente sta risucchiando i cervelli di tanti individui come un tempo sapeva fare egregiamente un certo tipo di tv generalista, ma in tutta franchezza, nonostante gli sforzi, credo che anche gli illustri sopracitati sarebbero disgustati da questa desertificazione culturale (e ahimè molte volte grammaticale) che i social network nella loro anarchica illusione di pensiero libero, ci propinano ed inculcano come qualcosa di non anomalo.
Nanni Moretti, impersonando Michele Apicella nel film “ Sogni d’oro”, in una scena esprime chiaramente il sentimento che pervade il mio animo dinnanzi a questo scenario tipico del web dei giorni nostri, dove tutti si sentono in grado di potere analizzare, giudicare e sviscerare tutto ciò che ha una valenza artistica.
Apicella, giovane regista, nella pellicola improvvisamente sbotta ed esclama:

“Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco”

E qui nasce in me un altro quesito: quante delle persone che si presentano nei social come blogger, scrittori, fotografi, twitstar (termine che a mio parere meriterebbe la pena di morte), musicisti etc. etc. vivono davvero di questa professione?
Pochi, pochissimi.
Io ho iniziato a mantenermi (con tutte le difficoltà del caso di chi fa musica oggigiorno) col mio lavoro all’incirca dal 2012 ed ancora oggi sono sempre molto cauto nell’evitare di cadere nella più inutile autoreferenzialità, ma le bollette le pago facendo il mio mestiere.
Se si va a scavare nel magico mondo della rete si scopre che molti aspiranti blogger, scrittori, fotografi, twitstar (termine che a mio parere meriterebbe la pena di morte), musicisti etc. etc. in realtà vivono di tutt’altro, sebbene nella loro mente il fatto di nuotare nel mare magnum dell’internet li faccia sentire pedissequamente equivalenti ai loro idoli.
Come dire: ho i capelli lunghi, neri e ricci, suono una Les Paul, ho un cappello a tuba ed una sigaretta tra le labbra, quindi sono Slash, anche se di lavoro faccio il lattoniere (con tutto il massimo rispetto per i lattonieri).
Mi sembra anche questo un evidente segno di come la realtà virtuale stia lentamente prendendo il sopravvento su quella reale nel cervello di troppe persone.
Posso così allacciarmi al concetto esposto sopra e dire che il “mare magnum di internet”, mi ha parzialmente “rottamato” i coglioni.
Quando partì il progetto “Il Cile” nel 2012, addetti ai lavori e non sottolineavano come internet stesse diventando il futuro alleato migliore per la carriera di ogni artista, “tutto si sta spostando là” sentivo spesso dire.
Questa frase l’avevo già sentita quando, verso la tarda metà degli anni 2000, dopo il successo degli “Arctic Monkeys” attraverso Myspace, si era diffusa una febbrile e malsana convinzione che bastasse uploadare le proprie canzoni in rete per diventare famosi.
Per siffatto motivo, a questo postulato alquanto sbrigativo e raffazzonato io ho sempre creduto poco.
La rete è importantissima ed è palese che la musica e la rete ormai siano un’unica ed inscindibile cosa (escludendo i live grazie al cielo).
Ma il mio lavoro si fa con le CANZONI, quelle che ti restano in testa, ti fanno emozionare, ti fanno evadere dalla realtà, ti fanno venire i brividi, ti fanno venire voglia di cantarle tutto il giorno.
La forza di una bella canzone, di una canzone davvero memorabile, vince ogni strategia di viralità o condivisione virtuale.
E’ ovvio, quella determinata canzone deve arrivare alla gente, ma credo che ad oggi sia ancora la radio il mezzo più potente per fare esplodere un brano veramente bello (perché è la bellezza di esso l’unica vera condizione inderogabile affinché raggiunga il successo).
Quando ho fatto il primo disco la musica in streaming, se togliamo Youtube, non era esplosa come con le piattaforme di oggi. Ora siamo nel 2015, il mio approccio ai social è in parte cambiato, anche se non ho mai abbandonato l’idea di mettere la faccia nelle cose che scrivo e pubblico, al fine di non rendere sterile l’avere una pagina sociale o un determinato profilo.
Detto ciò, anche adesso le più grandi soddisfazioni le ho nel vedere sotto al palco persone che mi seguono dagli esordi insieme a tante altre nuovissime e nel potere parlare faccia a faccia con i fan che hanno assistito alla mia esibizione, in quella vita fatta di sangue, sudore e merda dove le chitarre si accordano e si scordano e le canzoni si cantano ad alto volume.
Dato che però sono una contraddizione vivente, vi anticipo che ho deciso di rivitalizzare il mio canale Youtube, approcciandomi all’idea di pubblicare e condividere alcuni video (non necessariamente solo legati alla musica) dove a modo mio, cercherò di fare conoscere alcuni lati di me che magari non sempre riesco a fare arrivare a chi mi segue.
Insomma, come dicevo in una mia vecchia canzone mai pubblicata : – e sarà l’era virtuale, ma ho tanta voglia di vomitare, sarà l’era della rete…ma con te non ho difese-
A presto!!

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