Tra i denti dell’anima resta quel sapore malinconico delle cose perse, fino a cariarli, ad avere voglia di estrarli per farne monili angoscianti, da sfoggiare nei giorni più bui della propria vita. Un tempo conoscevo i trucchi per non pensare alla facilità con cui il destino si ferma nei momenti più difficoltosi, ci intrappola in ragnatele polverose di dubbi e pensieri nefasti, ci tramortisce lasciandoci in un limbo dove il giorno, la notte e le stagioni perdono la loro essenza e resta solo un infinito spazio neutro dove sbattere il nostro cuore come un pazzo una volta sbatteva la testa sulle pareti imbottite di un manicomio. Ci sono cose che non mi perdonerò mai, l’essermi preoccupato di tutto eccetto che di me stesso, avere sfidato gli dei “come Prometeo” rubando a loro il fuoco per incendiare il paesaggio che mi circondava e vederlo carbonizzato, l’essermi esiliato per ritrovare me stesso senza capire che stavo solo costruendomi una prigione sbilenca e decadente, dove pulire il pavimento con le mie lacrime mentre là fuori segnali di vita mi facevano capire che stessi morendo un’altra volta, l’ultima. -Ti piacerebbe fare il cantante? Ti piacerebbero fama, successo e celebrità?- Mi domandava un diavolo di seconda mano mentre la penna scavava nella mia ferita per fare del mio sangue inchiostro. -A un diavolo di seconda mano posso vendere solo un’anima di seconda mano, quindi la mia è perfetta- Pensai tra me e me mentre il vento, da mesi, era l’unica musica a me vicina. Siamo tutti poveri diavoli che si arrabattano nei loro inferni affittati, che abbassano le fiamme a loro circostanti perché le bollette sono troppo care, che devono arrivare a fine mese perché Satana sennò non rinnova il contratto e di un povero diavolo disoccupato non se ne fa niente nessuno. Non ricordo quando ho smesso di provare piacere, non tanto in quello che faccio, scrivo o canto, ma in quello che sono, nel guardarmi allo specchio e vedere un’ombra indefinita i cui occhi sono ghiaccio pronto a sciogliersi, per lasciare solo un ricordo di quando avrei preso a morsi con quegli stessi occhi tutta la bellezza che mi circondava. Ieri l’ho sentita in un vicolo fuori da casa mia, qualcosa che arrivava da ponente, come Zefiro, una nuvola di sensazioni, odori e speranze. Ieri ho sentito la primavera timidamente ricordarmi che non è scomparsa, ma a breve ritornerà. Tornerà con le sue illusioni dilatate, i ragazzi e le ragazze che si baciano all’uscita delle scuole, i vestiti leggeri e le mamme che portano i figli a giocare nei parchi e li guardano crescere, mentre le rondini sorvegliano con il loro volo la bellezza che rinasce silenziosa e decisa nei prati, negli alberi e nel cielo. Ho solo il terrore di non sentire più niente. Eccetto la musica della mia vita, che cambia, si evolve ed esplode quando meno me lo aspetto dentro di me.

La musica che non mi ha mai abbandonato.

L’unica che mi ha davvero capito.

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