Non so quando sia arrivata in pianta stabile la mia paura di volare.
Da adolescente prendevo aerei su aerei con la scioltezza con cui accordo una chitarra e mai e poi mai mi balzava in mente il pensiero che un volo potesse rivelarsi l’ultimo momento della mia vita. Poi qualcosa si è rotto nel mio autocontrollo a sedermi in un aeroplano in procinto di decollare e in quel momento l’ansia, la paura e l’angoscia iniziano a sopraffare la mia ragione.
L’estate scorsa ero con Marcello in un volo che mi avrebbe portato in Puglia a fare promozione, lui sedeva accanto a me ed era spettatore di un mio teatro grottesco fatto di sbuffi, mani sui capelli, sospiri, iperventilazione, tant’è che ad un certo punto mi ha detto: – Perdonami Lore, ma sei sempre a lamentarti di quanto sia per te talvolta faticoso vivere, di quanto a volte vorresti dissolverti nel niente per sempre…Male che vada si avvera il tuo desiderio di pace eterna…- .
Dopo quella sua esternazione mi sentii improvvisamente ridicolo e paradossalmente cretino e tentai di mascherare fino all’atterraggio la paura che purtroppo per motivi a me sconosciuti mi attanagliava con una stretta allo stomaco tenace ed inossidabile.
Pensai al suo ragionamento, filava liscio come l’olio appena uscito da un frantoio, era inattaccabile e del tutto condivisibile.
Ma cozzava con qualcosa che avevo dentro, con il mio pensiero di fine, con il mio epilogo immaginario, come se il mio inconscio dicesse: – la tua fine deve arrivare solo per mano tua e non per mano di un destino incontrollabile – .
Ho un inconscio stupido, superbo e mentecatto, lo so molto bene.
In quest’ ultimo mese ho riflettuto molto sul senso della vita e il senso della morte, un po’ per ragioni personali e familiari (mia madre, i medici e gli ospedali), un po’ per avvenimenti inaspettati e nefasti che ti mettono davanti alla realtà crudele, ineluttabile e spietata del fato, come ad esempio la morte di Carlo Ubaldo Rossi.
Prima che i Negrita partissero per Dublino io e Pau dovevamo chiudere alcuni testi che avevamo iniziato a lavorare insieme, ci eravamo quindi detti di restare in contatto via mail e web il più possibile.
Poi gli chiesi chi avrebbe affiancato Paolo Alberta al mixer dato che Ghando era con loro in qualità di musicista e Pau mi parlò di Carlo Rossi. Parlandomene mi ricordò di tutti i suoi lavori con le più interessanti realtà musicali italiane (Negrita compresi) dagli anni 80 in poi, l’amicizia umana e professionale che lo legava a Barbacci da decenni e mi fece tornare in mente quando lo incrociai per la prima volta durante quel nebbioso e confuso Sanremo a cui partecipai due anni fa.
Una volta tornata la band dall’Irlanda, una volta chiusi i testi rimasti da chiudere, una volta che il disco era pronto per il mix, andai a trovare i docs al “the garage studio” per sentire tutti i brani ed emozionarmi, come sempre succede quando ascolti il disco in anteprima di una band che segui dall’adolescenza; e ancor di più quando in quel disco è confluita parte della tua creatività lirica.
In quei due giorni di mia permanenza da loro ho avuto occasione di conoscere meglio Carlo e, come sempre accade nel mio settore, basta poco per capire il perché di tanti notevoli traguardi lavorativi raggiunti da un professionista come lui: basta parlarci, avere un’interazione e ascoltare.
Il magico mondo della musica è saturo di teste di cazzo, col tempo ho dato vita ad un grafico immaginario che li suddivide: il 60 per cento è formato dagli artisti (me compreso), l’altro 10 dai manager, l’altro 10 dai produttori, l’altro 10 dai discografici, l’altro 10 da una miscellanea
che comprende fonici,arrangiatori, compositori etc. etc. .
In dieci minuti di conversazione realizzai subito che Carlo (come tutte le persone con cui lavoro dal mio esordio ad oggi eccetto me stesso) non faceva parte di quel grafico e come tutti i grandi professionisti aveva nell’umiltà del porsi quella dote senza la quale in studio molto spesso ci si relaziona con difficoltà e con spirito ben poco positivo.
Andai via da quel luogo dopo due giornate di permanenza sereno e compiaciuto, dopo avere ascoltato un grande disco ed averne parlato per lunghe ore con Pau inframezzando il tutto con pensieri personali, progetti e idee ed anche per avere conosciuto più a fondo un grande “mago del suono e della musica”, uno di quelli che come Paolo Alberta fuori dalla sala mixer non sapresti bene inquadrare a prima vista, ma una volta messe le mani sui controlli del banco sembrano comandanti di un aereo pronti a compiere dodici ore di volo in qualunque condizione meteo.
E a volte gli aerei cadono, si salvano tutti, eccetto il comandante.
Quando ho saputo della sua morte sono rimasto particolarmente scioccato.
Prima di fare questo lavoro io ho a lungo lavorato con varie mansioni nel mondo ospedaliero e devo dire di avere incontrato spessissimo la morte.
Ne ho incontrato il suo odore misto alla formaldeide nelle anatomie patologiche, il suo senso oppressivo di presenza negli hospice, la sua ingombrante ombra nelle geriatrie ed oncologie.
Quando lavori in quei posti impari a conviverci con la morte, a vedere un letto un giorno occupato e quello dopo vuoto, smetti quasi di giudicarla come una tragica anomalia ma come parte di un ciclo continuo che vede l’ospedale come un microcosmo di dolori e gioie dove ad un piano si nasce e ad un altro si muore.
Quando ho saputo di Carlo un senso di ingiustizia, amarezza ed incredulità mi ha gelato e stordito.
Ho pensato a quanto tutto sia labile in questo cammino sfiancante, tortuoso ma anche emozionante ed eccitante chiamato vita, quanto spesso ad andarsene siano le persone che mai immagineresti, quanto sia stupido perdere tempo a lamentarsi e a deprimersi quando il nostro tempo è limitato e breve.
Ed è sempre incomprensibile e schifosamente beffardo come se ne possa andare una persona che avevi lasciato sorridente e concentrato nel generare gioia e vita attraverso la musica, una musica a te vicina, con la naturalezza di chi si dimostra nato per fare ciò.
Resteranno i suoi lavori, tra cui uno a cui in piccola parte ho avuto modo di collaborare (anche se non musicalmente).
E di questa cosa, finche l’aereo della mia vita resterà in volo, ne sarò particolarmente orgoglioso.

“La morte è solo l’inizio del secondo tempo”
Lucio Dalla

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