Nel novembre del 1981 la MCA records aveva molto da festeggiare, un po’ perché nascevo io che 33 anni dopo l’avrei celebrata con questo post spumeggiante e zuzzurellone, un po’ perché una delle sue artiste dal nome Olivia Newton John capeggiava la classifica del “billboard hot 100″ con un singolo dal titolo “physical” che in seguito si sarebbe rivelato il brano più venduto negli States in quella decade.
La canzone l’avrete sentita più o meno tutti, in qualche contenitore televisivo, in qualche festa stile anni 80 in discoteca, alla radio in qualche nostalgica trasmissione; ma ciò che trovo terribilmente affascinate ed attinente al contenuto di questo post è il videoclip del brano (che vi consiglio caldamente di cercare su youtube).
Il clip esteticamente è un tripudio dello stile eighties: abbiamo una sorta di palestra dalle mattonelle nere (come quelle dei bagni dei locali dove i giovani e rampanti yuppies andavano ad inalare alcaloidi) dove Olivia si improvvisa educatrice fisica finalizzata ad aiutare giovani muscolosi ad utilizzare le attrezzature ginniche, poi con un brillante e sorprendente “coup de theatre” dopo un primo piano del dolce viso di Olivia lo zoom si allontana e la sinuosa cantante si trova circondata non più da bronzi di Riace ma da alcuni obesi impacciati che si sforzano angosciosamente alle macchine per perdere l’adipe in eccesso.
Il video prosegue con questa alternanza esteticamente antitetica di corpi flaccidi versus corpi scolpiti e regala una scena finale in un certo modo epica ed astutamente provocatoria: gli aitanti fisicati se ne vanno via tra di loro mano per la mano come coppiette rodate rifiutando la bella cantante, il ciccione invece se ne va a braccetto della splendida fanciulla (wikipedia dice per andare a giocare a tennis ma il messaggio è evidente che sia altro).
Una satira così leggera e tiepida sugli omosessuali ed il loro attaccamento al culto del fisico al giorno d’oggi fa soltanto sorridere, all’epoca un po’ meno dato che mtv USA era solita ad oscurare questo siparietto finale mentre alcune reti in Canada ed Inghilterra censurarono totalmente il videoclip.
Ricapitolando, se volessimo trasporre questo clip ai giorni nostri utilizzando un’icona pop nostrana (che so…tipo..Raffaella Fico) al fine di spiegare ai più giovani l’impatto visivo di quest’opera, avremmo un risultato che qua sotto raffigurerò.
Raffaella si trova in una palestra in qualità di personal trainer circondata da tatuati e muscolosi potenziali tronisti di “uomini e donne” (magari alcuni di loro con le sopracciglia ad ala di gabbiano e qualche piercing che non guasta mai..), zoom verso il viso di Raffaella, zoom out.
Raffaella non è più circondata da scolpiti potenziali tronisti di “uomini e donne” uno dei quali è convinto di avere tatuato sulla schiena in giapponese “non può piovere per sempre” ma ha in realtà tatuato in ideogrammi cinesi “coperto e bevande escluse”, ma è al cospetto di sei Mario Adinolfi che grazie ad un’inossidabile e ferrea fede religiosa affrontano il patibolo dei macchinari ginnici con stoico coraggio.
Un Mario suda al tapis roulant mentre sogna un poker eucaristico pasquale con ostie ancora da consacrare al posto delle fiches magari in Vaticano con qualche vescovo e vicario, un Mario distrutto dalla bench press recita un rosario per ritemprare almeno l’anima al fine di allontanare la fatica corporea, un inossidabile Mario fa step mentre mentalmente prepara un discorso sul ddl Cirinnà per qualche trasmissione televisiva.
Tutto alternato dai potenziali tronisti abbronzati ed unti anche a livello tricotico che mostrano deltoidi e bicipiti, masticano gomma americana, scrivono su whatsup messaggi come : -Ci vediamo a le 19:00 ha casa mia-.
Nel finale i potenziali tronisti se ne andranno da soli dopo essersi dati il cinque, alla ricerca di un novello Lele Mora che non si trovi momentaneamente ad intrecciare cestini di vimini ma che li possa lanciare nel magico mondo delle serate, mentre il fantasmagorico Marione se ne andrà con Raffaella castamente per poi chiedere soltanto un massaggio ai piedi e forse anche una lavanda di essi.
Abbiamo quindi detto: novembre 1981, John Lennon è morto da circa un anno, Olivia Newton John ha un singolo che impazza nelle classifiche e nelle radio di tutto il mondo e nasco io.
Già solo da questo i miei genitori avrebbero dovuto realizzare che il tutto stava partendo malissimo.
Andiamo adesso avanti col tempo: autogestione del 1997 al liceo scientifico Francesco Redi di Arezzo, un Cile sedicenne palestrato ed euforico, coi capelli ossigenati, un apparecchio odontoiatrico in ceramica bianca costato ai suoi genitori l’equivalente di un’utilitaria usata, vestito stone island da capo ai piedi come il peggiore dei bambini viziati del quartiere, sta pogando insieme ad un branco di scalmanati nell’aula del gruppo “musica e cultura” mentre dalle casse dello stereo escono ad un volume esagerato i NOFX con una cazzutissima cover di “champs elysées” di Joe Dassin.
Ecco, se c’è un gruppo che rappresenta la parte davvero spensierata della mia adolescenza, quella delle prime ragazze, la vodka keglevich calda al limone comprata al supermercato per ubriacarsi il sabato sera, le sale prova che puzzavano di piedi e canne, quel gruppo è i NOFX, ed in special modo il loro leader: Fat Mike (Mike il grasso).
Egli non è solo il cantante, il bassista e il leader dei NOFX ma è una delle icone più significative del punk hardcore melodico californiano e mondiale dagli anni novanta ad oggi.
Fat Mike (vero nome Mike Burkett) se ne è bellamente fottuto delle radio ed MTV (che negli anni 90 negli States era vangelo musicale per tutti i giovani) e fondando la sua etichetta “Fat wreck chords” si è trovato a trent’anni col suo primo milione di dollari e responsabile discograficamente di alcune delle band che maggiormente hanno influito nella scena del suo genere musicale (lagwagon, no use for a name, sick of it all, strung out etc. etc.).
Mike non è esageratamente grasso, si può dire che è sovrappeso, il suo soprannome nasce dal fatto che dopo avere frequentato il college a San Francisco tornò alla sua città e agli occhi dei suoi amici avendo preso diversi chili, da qui nasce l’epiteto.
Una cosa per me davvero curiosa però, è il fatto che Mike abbia iniziato ad usare droghe pesanti (perlopiù eccitanti e a fini ricreazionali) solo dopo i suoi 30 anni.Ci sono varie interviste in cui ribadisce questa cosa e fa di ciò anche una sorta di monito per sua figlia, una roba tipo:

- studia, realizzati, fai il tuo primo milione di dollari e poi dopo i trent’anni puoi anche iniziare a festeggiare selvaggiamente-.

C’è da dire che Fat Mike è davvero una personalità complessa e controversa, cresciuto coi dettami dell’ebraismo, sebbene adesso ateo, scherza sempre anche con tono cinico sulla sua estrazione ebraica in relazione al suo rapporto col music business e le sue scelte discografico – economiche, spesso si rivela cinico e caustico (una gag di dubbio gusto che avveniva spesso ai suoi live era quella di ironizzare coi ragazzi in sedia a rotelle che ovviamente si trovavano davanti alle transenne, sul fatto di essersi accaparrati senza fatica i posti migliori), recentemente in molte interviste mi è apparso sempre più insofferente e mentalmente disordinato (anche nelle performance) e ciò mi fa pensare che il suo sillogismo sulle droghe e l’età sia un’inenarrabile cazzata.
Arrivati a questo punto vi chiederete dove voglio arrivare.
Vorrei arrivare a parlare del rapporto che ho io col mio fisico e il mio peso corporeo (e questi preamboli fatti sopra non so se serviranno molto ad alimentare la mia digressione, ma devo dire che mi sono divertito molto a scriverli).
Intanto nella mia vita il mio peso corporeo, in special modo dopo avere abbandonato l’attività fisica agonisticamente, è stato pesantemente deciso dal mio stile di vita e dalle sostanze solide e liquide da me ingerite.
Per essere chiari io ho fatto il contrario di Fat Mike, verso i trenta lo stile di vita “selvaggio” è andato a scemare e con esso l’utilizzo ricreazionale di polverine o pilloline.
Dopo l’uscita del mio primo album ho realizzato che in questo lavoro le prime due cose che servono sono la creatività e la voce e che (almeno nel mio caso) le droghe non vanno d’accordo né con l’una né con l’altra.
Ma partiamo dall’infanzia, chi ha già letto qualche mio post dovrebbe essere a conoscenza del fatto che la mia infanzia è stata sovente trascorsa tra medici ed ospedali per un’ossessione di mia madre nei confronti della mia salute, io in realtà ero sano come un pesce e non capivo perché invece di essere fuori al parco a giocare con gli altri bambini dovevo stare chiuso in casa a giocare coi miei (tantissimi, forse proprio per farmi desistere dalla voglia di uscire) giocattoli per non rischiare raffreddori, bronchiti, polmoniti, tifo, colera, peste (almeno nella testa di mia madre) etc. etc.
Un bel giorno (dato che io di indole ero e sono un demonio e tenermi buono e fermo se non ho voglia è pressoché impossibile ) stavo saltando sul letto di mia nonna e mi accorgevo che le coperte alzavano un po’ di polvere salto dopo salto, all’improvviso mi blocco e mi accorgo che non riuscivo più a respirare bene e all’improvviso il mio respiro diventa un singhiozzo mentre impaurito mi accorgo di avere serie difficoltà ad inspirare ed espirare, quasi qualcosa soffocasse il mio sterno.
Panico in casa Cilembrini, tempo mezz’ora una conclave di medici era riunita nella mia casa per capire cosa stesse minando la salute del piccolo Lorenzo.
Diagnosi: asma allergica, puntura di cortisone e come per magia respiravo bene come un allegro pastorello nelle campagne ciociare.
Giorni dopo tramite analisi di vario tipo capimmo che per qualche ragione ero allergico a tantissime cose: acari, pollini, cibi (iniziai così un vaccino sperimentale che ad oggi mi ha praticamente fatto tornare sano dal punto di vista allergologico).
Passai però la fine delle scuole elementari col mio amico cortisone sempre pronto a darmi un aiutino e a farmi prendere quella ventina di chili che l’anno prima di fare le scuole medie fanno sempre comodo.
In seconda media ero 1,75 cm (ora sono 1,90) e pesavo 82 kg, un simpaticissimo professore di educazione artistica ebbe la brillante idea di affibbiarmi il nomignolo “pastasciutta”, più che grasso ero gonfio, avevo quel viso simpaticamente segnato dal deltacortene forte e la sua divertentissima ritenzione idrica.
Quindi io in seconda media, per tutta la classe, ero “il cile” aka “pastasciutta”.
In terza media al ritorno dalle vacanze estive pesavo 48 kg, il professore di educazione artistica non c’era più e gli altri docenti pensavano che avessi avuto qualche grave malattia, i miei capelli erano stoppa, il viso era scavato e i polsi ricordavano tristi documentari sul Nazismo.
Nessuno mi chiamava più pastasciutta.
Cosa successe quell’estate?
Tecnicamente smisi di mangiare, non intendo dire che smisi di mangiare tanto, smisi proprio del tutto, mi rifiutavo di mangiare (eccetto il minimissimo indispensabile) e quando mi veniva fame andavo in bagno e mangiavo del dentifricio che mi faceva passare la voglia di ingerire qualunque altro tipo di cosa (c’è una determinata marca che ancora oggi al solo odore della sua pasta mi vengono i brividi).
Il tutto durante il periodo dello sviluppo, il tutto finché fui trascinato da un medico che mi spiegò, notando il mio abbassamento renale, che se avessi continuato così sarei morto (e non a vent’anni).
Finii la terza media che pesavo qualche chilo in più ma ero comunque molto magro, mi ricordo che all’epoca giocavo a tennis, uno sport che mi ha fatto sempre cagare eccetto che per le belle ragazze coi completini attillati che emettono gridolini smash dopo smash, nella mia testa da allora lo spettro di “pastasciutta” non se ne è più andato, come disse Fabri Fibra a pif in una puntata del “testimone” : -uno che è stato ciccione resterà ciccione tutta la vita nella sua testa-.
Ma grazie al cielo poi le cose si assestano.
Arrivano così le superiori, arrivano la musica e la chitarra, arriva il mio amico Giacomo Catalani (googlatelo che ne vale la pena) che in un anno di palestra mi fa diventare un piccolo robocop, arrivano le canne, le pomiciate, il rugby e le sbornie.
Poi nel 2002 arriva la mia prima band “seria” e nel 2012 il mio primo album per una major come “Il Cile”.
Cosa sia successo in quei dieci anni, al mio fisico, alla mia anima, ai miei neuroni e al mio carattere non riesco adesso a spiegarlo brevemente qui.
Sono spesso ingrassato e dimagrito a seconda dello stile di vita, uno stile non sempre sano e salutare dal punto di vista delle sostanze assunte e le esagerazioni vissute (anche alimentari), ci tengo a precisare che nella mia esistenza non sono mai riuscito a scrivere una canzone decente da alterato, tutto ciò che è finito nei miei album è stato scritto da lucido o al massimo in hangover, la leggenda molto seventies che vede l’artista come un poeta strafatto con la chitarra in mano con me non collima proprio.
Io credo che ci siano tre tipi di droghe: le leggere, le pesanti e l’alcool.
Le leggere (la cannabis e i suoi derivati) a mio parere andrebbero legalizzate.
Io non sono mai stato un grande utilizzatore di esse poiché in quanto ex asmatico non fumo nemmeno le sigarette e in quanto molto paranoico di mio in stato non alterato, da “stoned” il mio cervello si infila spesso in pertugi mentali ansiogeni e nefasti; ma è l’unica droga con la quale gli utilizzatori cronici che ho conosciuto nella mia vita non solo non hanno fatto una brutta fine ma spesso hanno raggiunto traguardi davvero alti (e non parlo solo di cantanti famosi).
Le pesanti (sull’eroina non so esprimermi perché non so nemmeno come sia fatta la sua polvere ma bastano gli anni 80 a spiegare che è una droga mortale) sono droghe pericolose che spesso determinano una dipendenza fisica o psicologica.
Io le ho conosciute dopo i vent’anni, durante l’adolescenza negli anni 90 ad Arezzo era impensabile che un coetaneo facesse uso di cocaina o altro.
Purtroppo le cose sono cambiate e i ragazzini di oggi già alle superiori si vantano delle poliassunzioni del fine settimana (come ad esempio cocaina, ketamina ed mdma).
Io ai ragazzini di oggi mi sento solo di dire questo: tutto quello che una droga pesante vi dà in termini di euforia, adrenalina e sballo se lo riprenderà col tempo con gli interessi.
Quando vi trovate con la banconotina arrotolata e la striscia sulla tavola del cesso di qualche discoteca pensate che dentro al vostro cervello ci sono due manine che stanno tirando un elastico, quell’elastico più vi drogate più il pollice e l’indice delle due manine lo stanno allungando pericolosamente, finché un bel giorno una delle due manine mollerà l’estremità e dentro il vostro cervellino prenderete una botta terrificante fatta di: ansie, depressioni, insicurezze, squilibri, pianti, impulsi suicidi.
Purtroppo non sono un medico, sennò avrei speso la mia vita per elaborare scientificamente la teoria delle due manine e l’elastico dentro al cervello in relazione alla poliassunzione di sostanze stupefacenti.
Ed arriviamo alla terza droga, l’alcool.
Io credo che paradossalmente (almeno per me) l’alcool sia la droga più pericolosa delle tre.
Premessa: se l’utilizzo etilico si limita al bicchiere a pasto l’alcool è innocuo e voi siete così bravi e retti che vi farei la lavanda ai piedi, come nel siparietto con Marione di cui parlavo sopra, in segno di stima.
Se invece per voi l’alcool diventa una sorta di medicina per ottenere la felicità illusoria, per evadere, per anestetizzarvi, il rischio di rovinarvi la vita è meno lontano di quel che possiate pensare.
Questo perché l’alcol è legale, l’alcol è facilmente fruibile, l’alcol si trova a qualunque prezzo e a qualunque ora, l’alcol è socialmente accettato come droga ricreazionale ed aggregativa.
Col sennò di poi sono arrivato a fare questa autoanalisi: ho scritto “siamo morti a vent’anni” negli anni in cui la manina del mio cervello aveva lasciato l’estremità dell’elastico (facendomi appunto morire a vent’anni) , ho scritto “in cile veritas” (e già dal titolo si capisce) quando c’era solo l’alcool come appiglio evasivo mentre stavo camminando in un campo minato dove solo la musica mi ha salvato dal non farmi vincere da esso.
Adesso sto scrivendo il terzo album, un album dai contenuti differenti, un album che deciderà molte cose, sotto certi aspetti “tutte le cose”.
Non sono né astemio né invaso dall’atarassia, ma posso dire che il mio cervello è tornato abbastanza in forma, ora devo tornare in forma fisicamente (niente di esagerato grazie al cielo) ma per una persona che a tredici anni passò un’estate a mangiare dentifricio tornare a faticare un po’ colando sudore e avendo il fiatone, non dico che sia una passeggiata, ma non è esattamente come scalare l’Everest.