In un recente profilo tracciato da un giornalista de Financial Times, il Primo Ministro greco Alexis Tsipras è stato dipinto come un uomo estremamente pragmatico. E c’è del vero, se, come sembra, è stato lui stesso – e non il vulcanico ministro delle finanze Yannis Varoufakis – a negoziare con Angela Merkel l’estensione dell’accordo del 2012 con gli altri paesi dell’Eurozona.

Dopo una campagna elettorale basata sulla promessa di “strappare il memorandum”, Tsipras si è rapidamente spostato su posizioni più concilianti mentre, nelle quasi tre settimane di trattative con i creditori, una cifra vicina ai due miliardi e mezzo di euro è stata ritirata dalle banche greche dai cittadini spaventati.

Il leader di Syriza ha ottenuto dall’Eurogruppo un’unica, piccola, concessione: la possibilità di sostituire una parte delle riforme imposte dall’esterno con proposte elettorali più vicine al programma di Syriza. Per il resto, i governi dell’Eurozona – la Commissione nella questione greca ha un ruolo di mero supporto tecnico ed è stata piuttosto solidale con Atene – sono rimasti comunque scettici ed hanno per questo deciso di mantenere stretta la sorveglianza.

L’estensione del bailout concede alla Grecia l’ombrello della protezione politica (necessaria per non scatenare l’assalto ai depositi e la corsa alla vendita dei titoli di stato a tre e cinque anni, per paura del default), ma l’ultima tranche del piano di salvataggio 2012 potrà essere elargita solo a giugno, e solo se la review finale sarà positiva, con la possibilità di avere un piccolo anticipo in aprile in cambio di un’accelerazione sostanziale nell’approvazione delle riforme richieste dalle “istituzioni” (il nuovo nome della Troika).

Il problema è che l’estensione del piano è stata costruita sull’assunto che la Grecia avesse fondi a sufficienza per affrontare le spese correnti e che l’unica scadenza internazionale fossero gli 1.9 miliardi di Euro dovuti al Fondo Monetario Internazionale prima della fine di marzo.

Ma le previsioni di bilancio si sono rivelate – e non è una novità nella storia recente del governo ellenico – ottimistiche. Dando per scontato che Tsipras in un modo o nell’altro trovi i fondi per arrivare alla fine di marzo, inclusa la restituzione di 1.9 miliardi al FMI (l’alternativa è il default), aprile è tuttora un rebus: qualcuno parla di due miliardi di fabbisogno non coperto, ma nemmeno il governo greco sembra avere un’idea precisa. Per il momento, si arrangia con la finanza creativa (utilizzando i soldi delle pensioni) e cerca di spingere la BCE a innalzare il limite dei bond a breve termine che è autorizzato ad emettere.

Due fattori potrebbero aver provocato questo inaspettato peggioramento dei conti pubblici: nel periodo elettorale molti cittadini hanno rinviato il pagamento delle tasse sia perché non volevano privarsi degli Euro (considerati a ragione moneta di riserva in caso di ritorno alla dracma) sia perché Tsipras aveva promesso (e probabilmente realizzerà) una rateizzazione dei contributi fiscali in caso di vittoria elettorale. E l’Outlook economico è peggiorato perché l’instabilità politica in un paese che vive un momento così delicato è un incentivo per le aziende a non investire e per i consumatori a non consumare.

Nel frattempo, la poca fiducia che Atene aveva conquistato grazie alle sanguinose riforme di questi ultimi tre anni è evaporata. I ministri delle finanze sono irritati anche da un punto di vista personale, per l’atteggiamento arrogante di Varoufakis (si dice che uscisse ed entrasse a piacimento dalle riunioni, e che usasse spesso il cellulare a sproposito), ma in misura ancora maggiore per le sue dichiarazioni pubbliche, considerate irrispettose verso le opinioni pubbliche degli altri paesi dell’Eurozona. Alcuni tecnici di Bruxelles hanno inoltre manifestato in privato il loro sconcerto per la mancanza di competenze tecniche in materia economica del team di Tsipras (qualcuno li ha definiti “amatori”). Nessuno riesce a spiegarsi infine, a livello politico, perché’ Tsipras non abbia dall’inizio parlato del gap di bilancio, preferendo invece un atteggiamento di sfida e addirittura all’inizio dicendo di voler rifiutare ogni aiuto economico.

Sembra che la Grecia abbia davvero esaurito i suoi bonus con i partner europei. Nel corso delle negoziazioni, è stata la frustrazione, non tanto dei tedeschi, quanto degli Slovacchi, degli Spagnoli e dei Portoghesi verso Varoufakis che ha costretto Tsipras a una mediazione dell’ultim’ora con la Merkel.

Le scelte che Tsipras dovrà fare sono decisive e potrebbero addirittura portare alla fine della sua maggioranza parlamentare, quando le singole misure promesse ai partner europei dovranno essere votate dal Parlamento (il Parlamento greco non vota sull’accordo in se’) e prima ancora della negoziazione in giugno di quello che ormai sembra, a tutti gli effetti, il terzo piano di salvataggio (qualcuno parla di ventotto miliardi di euro). In uno scenario di medio termine, non inverosimile, Tsipras potrebbe perdere anche consenso tra i cittadini greci, quando inevitabilmente la mannaia dovrà calare sull’evasione fiscale (contro la quale, come in Italia, tutti protestano purché sia colpita l’evasione degli altri e non la propria).

Un’unica questione sembra pacifica: un’uscita volontaria dall’Euro non è un’alternativa percorribile (altra questione è se la Grecia verrà “spinta” fuori dall’Euro, o se l’uscita accadrà per “errore”): al di là delle spiegazioni legali e politiche, vale l’argomento che se questa fosse stata una carta davvero a disposizione dei greci, Tsipras l’avrebbe giocata in Eurogruppo il mese scorso.

Per quanto tutti i governi dell’Eurozona siano coscienti dei rischi di rottura, Tsipras si è reso conto nelle tre settimane delle trattative che per la Grecia lo scenario sarebbe apocalittico. La sua marcia indietro dimostra che il primo ministro greco ha ben presente quali sarebbero le conseguenze (anche politiche) di un’uscita dalla moneta unica: oltretutto, con l’81% dei greci a favore dell’Euro, il ritorno alla dracma sarebbe il bacio della morte per il partito che dovesse causarlo.

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