A scanso di equivoci, vale la pena chiarire due questioni che in questi giorni stanno animando i dibattiti e che spesso purtroppo sono oggetto di letture ideologiche. In primo luogo, sulla questione del “ritorno” della Troika ad Atene, va semplicemente detto che non è mai andata via. Vero, il primo ministro Alexis Tsipras ha ottenuto il cambio del nome, ma una forma di controllo esterno sui conti di Atene sarà necessaria per molti anni ancora a garanzia dei creditori: in futuro avrà un aspetto organizzativo più “soft”, meno “men in black”, ma non vi si potrà prescindere.

Il problema naturalmente non è il nome della Troika, bensì che tipo di controllo sarà esercitato, soprattutto se, come sembra, a giugno sarà negoziato il terzo piano di salvataggio. Ed è impensabile che in un futuro prossimo tale controllo possa essere abolito, semplicemente perché senza conoscere i dati veri della posizione di bilancio del paese non è possibile capire quali siano le necessità e come coprirle. Il ministro delle finanze Yannis Varoufakis è libero di parlare, ma il dato di fatto è che rappresentanti dei creditori (Troika, istituzioni, o qualunque nome si voglia dare loro) andranno ad Atene per molti anni ancora. Se i libri contabili gli saranno offerti dai greci o se avranno il potere di cercarseli da soli è una questione totalmente triviale.

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Ciò, perché di là dell’affidabilità di Atene (scarsa – qui a Bruxelles i tecnici della commissione ormai ci scherzano sopra…), esiste un problema pratico che Tsipras è stato incapace di risolvere: i greci non hanno dimostrato di essere in grado nemmeno di fare una stima reale delle loro stesse necessità, tanto è vero che all’Eurogruppo di febbraio nemmeno è stato menzionato che avrebbero finito i soldi entro marzo.

La situazione è chiaramente peggiorata anche per colpa dell’instabilità politica e della riluttanza dei greci a pagare le tasse, molti di loro rinfrancati dalla promessa di un pagamento dilazionato in 100 rate che potrebbe costare quasi 150 milioni di euro.

E qui entra la seconda parte del problema, cioè i discorsi campati in aria sull’”oppressione” del debito greco. Come per ogni altro stato sovrano, la sostenibilità del debito greco dipende soprattutto dall’affidabilità del governo e più in generale del paese (diciamo, in inglese, l’outlook), meno ha a che vedere con la sua dimensione assoluta (i giapponesi hanno un debito due volte il pil). Il debito greco è attualmente pari a circa il 174% del pil. E, anche grazie all’instabilità causata dalle elezioni e dall’attesa per le decisioni del nuovo governo in materia fiscale (le 100 rate per pagare le tasse, per esempio, che hanno convinto i greci a trattenere il pagamento delle tasse in febbraio), è in aumento.

Eppure, nonostante la sfiducia dei mercati e la mancanza di credibilità di Atene (storica e precedente l’ingresso nell’Euro), la Grecia paga ogni anno il 2.6% del PIL in interessi: la Germania, per dirne una, paga l’1.9%. La ragione è che la maggior parte del debito è stato acquisito da creditori internazionali che praticano un tasso d’interesse che – per motivi diversi – non si discosta quasi per nulla da quello dei creditori stessi. Senza andare nello specifico, sia il veicolo di prestiti bilaterali creato nel 2010 (che ha rilevato circa cinquanta miliardi di titoli greci) che L’EFSF creato nel 2012, che ne detiene circa centotrenta, richiedono un premio irrilevante al di sopra del tasso d’interesse che ottengono sui mercati. Per il primo, si tratta dell’Euribor a tre mesi più un premio di cinquanta punti base. Per il secondo, è il tasso dei bond emessi dall’EFSF stesso maggiorato di un punto base: una questione puramente simbolica. Nulla, rispetto a quello che spunterebbe Atene sui mercati finanziari in questo momento (i – pochi – titoli a dieci anni scambiati sui mercati fluttuano intorno al 10% d’interesse).

E questi interessi, pur minimi, decorrono solo a partire da una data lontana nel tempo, intorno al 2020. Fino a quel momento, addirittura la Grecia non ne paga. Le maturità inoltre (la data di scadenza dei bond in cui è dovuto il capitale) sono state estese per una parte del debito intorno al 2030, per un’altra intorno al 2050.

In pratica: ai greci è stato offerto un mutuo perpetuo di soli interessi. Certo, il debito non diminuisce se Atene non produce un copioso surplus di bilancio: ma il peso dello stesso sulle spese annue del governo è davvero risibile se comparato con quello cui andrebbe incontro senza lo scudo del fondo salva-stati. I greci vorrebbero (volevano: sembra si siano in questo senso ravveduti) ridurne la quota capitale: ma questo è inaccettabile per i creditori – che sono gli altri stati dell’Eurozona compresa l’Italia, mentre è considerato realistico tra gli addetti ai lavori che sia invece concessa l’estensione delle maturità – così come la concessione alla Grecia di ridurre il surplus di bilancio.

La sostanza è che non se ne esce: il primo ministro Alexis Tsipras sarà costretto ad alzare le tasse (e soprattutto a pretenderne il pagamento), e a passare misure draconiane non più per raggiungere il famoso 4.5% di surplus previsto per il 2015 dal vecchio memorandum, ma anche e solo per bilanciare il budget – secondo gli ultimi dati. E qualcuno ad Atene dice anche che i 7.2 miliardi previsti dall’ultima tranche del bailout del 2012, quando saranno elargiti, non basteranno a coprire i bisogni del paese a breve termine.

Il rischio è, per Tsipras, la perdita di una parte del partito – almeno così sembra. Nella riunione dei parlamentari, la settimana scorsa, in venti hanno votato contro l’approvazione della “lettera di intenti.” In alternativa, Tsipras potrebbe decidere di scaricare la responsabilità sulla popolazione attraverso il ricorso al referendum: ma la minaccia – soprattutto all’Eurogruppo – di maggiore instabilità è stata vista come un bluff dai partner dell’Eurozona.

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