Premessa: non é questa la sede adatta in cui discutere il conflitto in Ucraina. Non ho sufficienti informazioni per escludere nemmeno le piú bizzarre teorie del complotto e del resto il mio scopo è informare, non esprimere la mia opinione.

Quello che invece sembra trapelare a Bruxelles, l’informazione, è che le sanzioni commerciali e finanziarie alla Russia, nonostante alcune voci si siano levate in ambienti europei in favore del loro ammorbidimento o addirittura della loro eliminazione, con buone probabilitá saranno estese fino a dicembre.

Si tratta delle sanzioni legate al mercato dei capitali in euro e in dollari e quelle che impediscono il commercio di tecnologie strategiche: dalle prime, soprattutto, dipendono le banche e le aziende russe, che a partire da luglio dell’anno scorso sono state escluse dai mercati dei capitali europei e americani. L’idea originaria è stata concepita ad aprile 2014 della commissione europea, ma gli americani sono stati i primi a metterla in pratica: negli Stati Uniti le sanzioni si approvano con “ordine esecutivo” del segretario di stato, mentre in Europa c’è voluto l’abbattimento del volo MH17 per creare il clima politico necessario a ottenere il consenso dei 28 paesi.

Queste sanzioni sono le piú dure per i russi – quelle personali sono piuttosto irrilevanti – e sono state rese ancora piú efficaci dal calo del prezzo del petrolio e dalla caduta del rublo (la Commissione aveva calcolato in un anno e mezzo il tempo necessario perché gli effetti si facessero sentire, in realtá giá nel 2015 il pil russo dovrebbe perdere quasi il 4%). Nello scorso dicembre, il rifinanziamento di una parte del debito di Rosneft, societa’ molto vicina alla nomenklatura e il cui capo e’ un fedelissimo del Presidente russo Vladimir Putin (Igor Sechin) e’ stato possibile solo perché la banca centrale – che ha accesso alle riserve – ha monetizzato il debito attraverso la intermediazione delle grandi banche pubbliche.

La Russia ha in effetti notevoli riserve in dollari – prima della crisi era uno dei paesi del mondo con la maggiore disponibilita’ di valuta pregiata – ma ora questi dollari diventano cruciali perché ad essi (alle riserve) non c’e’ alternativa per le aziende russe che erano abituate a finanziarsi sui mercati dei capitali occidentali. Questo ha tra l’altro creato un corto circuito che ha ancora di piú avvicinato i leader delle societa’ strategiche a Putin, che di fatto controlla queste riserve e decide a chi dare dollari e a chi no.

Il punto cruciale è che, in autunno, le maggiori aziende russe dovranno rifinanziare circa 100 miliardi di debito e se le sanzioni saranno ancora attive l’unica possibilitá per loro dovrebbe essere l’accesso alle riserve. Sebbene conveniente per il presidente russo Vladimir Putin nel breve periodo, perché determina l’arroccamento del potere economico russo, che è costretto dalle circostanze a fare buon viso a cattivo gioco per ottenere accesso alla valuta pregiata, nel medio periodo la situazione è potenzialmente esplosiva. E nonostante i media russi abbiano a lungo parlato dell’alternativa cinese, di fatto gli stessi oligarchi hanno dimostrato che si tratta piú di propaganda che di un’ipotesi seria.

A Bruxelles sono consapevoli della situazione: la logica imporrebbe di continuare su questa strada fino al compimento degli obblighi di Minsk II, magari utilizzando un linguaggio piú moderato e offrendo la possibilitá di un graduale ammorbidimento man mano che i vari obiettivi del piano di pace sono raggiunti.

Dal canto suo, Putin ha iniziato una “charm offensive” per isolare i paesi piu’ restii al regime sanzionatorio, provando a scardinare l’unanimitá. Se infatti le sanzioni europee non hanno fermato l’escalation militare di per sé, hanno avuto un notevole effetto nel modificare il calcolo economico del presidente russo. Ed infatti il suo scopo è quello di dividere l’Unione per far sí che a giugno, nel momento in cui dovrebbero essere rinnovate le sanzioni, non ci sia unanimitá. Cosí vanno lette le sue missioni in Ungheria e Cipro, oltre al rinnovato rapporto con il nuovo governo greco.

L’elemento che spariglia il calcolo di Putin, in questo puzzle, è che i paesi che sono piú in favore delle sanzioni sono quelli che ne soffrono maggiormente: Gran Bretagna per i mercati dei capitali, Polonia e paesi baltici per il commercio.

Al contrario, Italia, Ungheria e Cipro – i tre paesi “colombe” – hanno subito danni economici relativi. Dei tre, l’Italia è il paese tradizionalmente contrario alle sanzioni in ogni caso, Cipro ha capitale russo investito nelle proprie banche (oltre alla comune religione ortodossa e una lunga storia di cooperazione) e l’Ungheria è un po’ una scheggia impazzita per via del suo leader nazionalista – ma molto pragmatico – Viktor Orban, che flirta con Putin ma al tempo stesso non entra mai in conflitto aperto con l’Unione. L’altro paese moderatamente contrario è la Francia, ma per pura convenienza economica: le sue banche – tra le quali spicca BNP – vogliono entrare stabilmente nel mercato russo dove le opportunitá e i ritorni, specialmente in questo ambiente di tassi di interesse molto bassi, sono piú interessanti.

Di conseguenza, mentre in pubblico i leader politici di questi paesi affermano la loro volontá di alleggerire le sanzioni, in privato non hanno motivi economici per opporsi ad un rinnovo tout court.

Per questi motivi, e per il generale appoggio da parte sia del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che – piú sommessamente – della Commissione europea stessa, c’è la seria possibilitá che le sanzioni rimangano in piedi dopo giugno, per avanzato che possa sembrare il processo di pace e per veementi che possano sembrare le obiezioni di alcuni stati membri, perché la road map degli accordi di Minsk è lunga, perché i paesi che le contestano non hanno reali danni economici di rilievo.

Perché, infine, il raggiungimento degli obiettivi principali, che poi si riducono principalmente alla restituzione all’Ucraina del controllo dei confini del Donbas con la Russia, principali veicoli di afflusso di soldati e materiali da Mosca, è tutt’altro che scontati nel breve termine.

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