Non c’è in sostanza alcuna possibilità che la Grecia esca dall’Eurozona, a meno di una decisione clamorosa dei greci in questo senso, decisione che dovrebbe essere approvata sotto forma di una modifica costituzionale votata dal Parlamento greco, o in alternativa negoziata come un’uscita dall’Unione europea, da votare a maggioranza qualificata dal Consiglio (europeo).

 

Non è legalmente possibile, per gli altri diciotto paesi membri della moneta unica, “spingere” la Grecia fuori dall’Eurozona, mentre è possibile che Atene non trovi il denaro per pagare il FMI e sia costretto a fare “default” su questo pagamento – nel giro di un mese dalla scadenza, comunque, e in ogni caso a quel punto ci sarebbe probabilmente una soluzione intermedia, con controlli sul capitale come a Cipro nel 2011 per evitare che escano dal paese altri euro, al momento preziosi per non far capitolare l’economia.

 

E’ inoltre illegale per la Grecia stampare la propria moneta, e la conseguenza di una mossa unilaterale di questo tipo sarebbe la sospensione del voto in Consiglio, oltre che la fine delle trattative sull’assistenza sia del FMI sia dei partner dell’Eurozona. Nel breve periodo i danni sarebbero pesanti i paesi creditori ma devastanti per la Grecia. Va aggiunto che sono i greci per primi a non volere questo.

 

Le trattative per il rilascio di una parte dell’ultima tranche del programma di salvataggio in corso sono sicuramente complesse. Il governo Tsipras a febbraio ha agito in due direzioni: chiedendo il diritto di approvare riforme a saldi equivalenti rispetto a quelle di Samaras, ma di diverso indirizzo ideologico; e modificando la struttura, ormai ben collaudata, che si occupava del controllo della road map delle riforme.

 

Entrambi gli aggiustamenti hanno richiesto tempo e creato instabilità, producendo l’abbassamento delle stime di crescita e provocando nei greci – già normalmente allergici alle tasse – un moto di paura che ha compromesso ancora di piu’ il gettito fiscale.

 

I risultati sono stati piuttosto brutali: diminuzione del gettito fiscale e conseguente peggioramento dei conti pubblici, con contestuale necessità per il governo di requisire praticamente ogni risorsa disponibile per destinarla al pagamento di pensioni, salari pubblici e debiti con creditori internazionali.

 

Nei prossimi giorni ci dovrebbero essere progressi nelle trattative. Si tratta di limare alcuni dettagli – sebbene importanti – sulle baby pensioni e sull’assunzione dei dipendenti pubblici. E sembra che il governo greco stia lentamente acconsentendo a molte – se non quasi tutte – le richieste dell’Eurogruppo.

 

La data per un accordo temporaneo per l’infusione di fondi dovrebbe essere intorno al 10-15 maggio, quando la Grecia dovrà pagare al FMI una tranche da 750 milioni di Euro. Ma i fondi verrebbero parzialmente sbloccati solo alla fine di maggio, per una questione di tempi tecnici.

 

Resta ancora piuttosto un mistero fino a quando le casse del governo potranno resistere, ma si tratta per lo piu’ di un problema politico. Fin quando ci saranno negoziati in corso, la situazione finanziaria non preoccupa, nel senso che una soluzione ponte sarebbe possibile nel caso si manifestassero incidenti di percorso. Il problema è che questa incertezza fa male all’economia, al sistema bancario in totale sofferenza e supportato solo dalla linea di credito offerta dalla BCE (e non dai depositi, portati via dai Greci stessi impauriti dalle voci di default).

 

Tsipras ha inizialmente parlato di un referendum, ma sembra aver accantonato l’idea: la costituzione greca impone un quesito chiaro, per il quale la risposta debba essere “sì” o “no”. Difficile pensare che il contenuto dell’accordo con i partner dell’Eurozona possa essere oggetto di una tale semplificazione. Il primo ministro greco sta invece pensando a una legge omnibus, che racchiuda tutte (o quasi tutte) le clausole dell’accordo con le Istituzioni.

 

Una postilla: il ministro delle finanze Yanis Varoufakis ha assunto per un paio di mesi il ruolo del “poliziotto cattivo”. Nei giorni scorsi, Tsipras ha preferito alla fine avocare a se’ (e ai suoi fidati collaboratori) le negoziazioni, ma, mandando avanti per settimane Varoufakis, ha potuto ricoprire il ruolo di “poliziotto buono” in questi giorni tumultuosi.

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