L’evoluzione in senso negativo della situazione greca negli ultimi giorni, dopo il rifiuto di firmare l’accordo per estendere il piano di salvataggio e la decisione di sottoporlo invece a referendum, ha provocato il collasso del sistema bancario e la disperazione di molti cittadini, costretti a vivere le ristrettezze di un’economia di guerra.

Vale quindi la pena chiarire una serie di questioni che sono cruciali per comprendere la situazione reale di là dalle tirate ideologiche dell’una e dell’altra parte.

1. Il ricorso al referendum è stato originato da un errore di calcolo nella negoziazione. Il Primo Ministro Greco Alexis Tsipras ha seguito una tattica cara al suo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, secondo la quale l’Eurogruppo avrebbe concesso di piu’ man mano che ci si avvicinava alla deadline. Se lo avessero proposto prima, sarebbe stato ben accetto anche dai creditori, perché avrebbe consentito una maggiore chiarezza sulla volontà di aderire al piano di salvataggio o meno, e sulla stessa posizione negoziale del governo greco.
2. Al momento dell’offerta finale, venerdì scorso, Tsipras si è reso conto che il suo partito mai avrebbe concesso l’approvazione in Parlamento. Avrebbe potuto chiedere aiuto all’opposizione, che sarebbe stata disponibile, ma avrebbe anche dovuto concedere qualcosa sul piano della direzione politica, scendendo a compromessi con gli altri partiti di centro-sinistra, che però gli sarebbe costato un prezzo politico troppo alto.

3. L’estensione del piano – ormai scaduta, tanto che il referendum si fa su una proposta che non esiste più – prevedeva un graduale esborso di denaro commisurato al progresso nel passaggio delle riforme. Il primo voto in Parlamento non avrebbe approvato le riforme, avrebbe semplicemente ratificato il “sì” al piano come da statuto dell’ESM (la Grecia, come la Germania, ha chiesto di esercitare il “privilegio parlamentare”, cioè il governo non può ratificare le decisioni dell’ESM senza approvazione parlamentare). Le singole misure avrebbero dovuto passare POI, ed è a questo punto certo che Tsipras non avrebbe avuto una maggioranza capace di approvarle.

4. Un’altra questione mal calcolata dal governo Tsipras è la crisi bancaria. La BCE concede liquidità overnight alle banche per “chiudere” i conti della giornata e consentire le varie transazioni (Bancomat, etc.). Sono normali operazioni, attraverso le quali una banca deposita un “collaterale” (titoli di stato, obbligazioni, etc.) presso la BCE, che lo “sconta” concedendo la liquidità. La BCE accetta vari titoli come collaterale, basta che siano considerati al di sopra del livello “spazzatura”. Fa un’eccezione (accetta i suoi titoli del tesoro, anche se sono spazzatura), se il paese porta a termine le riforme richieste dal piano di salvataggio (Cipro, per esempio). Lo stesso criterio si applica per l’acquisto – detto QE – dei bond sovrani. La BCE in altre parole è più “generosa” dei mercati, che non concederebbero liquidità alle stesse condizioni, perché’ ritiene che lo sforzo di attuazione delle riforme sia un “positivo” per i bond sovrani, e quindi ignora il ranking spazzatura e accetta i titoli di questi paesi in difficoltà.

5. La Grecia, rifiutandosi di completare il bailout già a febbraio, ha perso il diritto a quest’eccezione. Le banche greche, per rifornirsi di liquidità, da marzo utilizzano la cosiddetta ELA (Emergency Liquidity Assistance). Utilizzano liquidità concessa dalla propria banca centrale, pagando interessi leggermente superiori, “contro” i propri titoli del tesoro considerati spazzatura dalla BCE e non “difesi” dalla volontà positiva di attuare il programma. Gli euro appartengono sempre all’Eurozona e non alla Grecia, ma sono concessi in via eccezionale e temporaneamente, fino alla stabilizzazione della situazione finanziaria e per evitare una “bank run” e i controlli sui capitali.

6. Nell’ultimo mese, con i greci sempre più preoccupati del ritorno alla Dracma impegnati a ritirare quanti piu’ soldi possibili, le banche hanno iniziato a chiedere molta piu’ liquidità attraverso l’ELA. Il 30 giugno, scaduto il bailout, la BCE ha congelato l’ELA perché’ il rischio concreto per gli altri paesi dell’Eurozona diventa quello di non ricevere mai più quegli euro concessi alla banca centrale Greca. In realtà, la BCE è stata ancora una volta generosa, perché’ avrebbe potuto chiedere alle banche greche di restituire gli ottanta miliardi già concessi, ma dopo un acceso dibattito ha deciso che attenderà fino al referendum perché – sottinteso – una mossa del genere avrebbe portato al fallimento del sistema bancario, già duramente provato da due mesi di ritiri agli sportelli dei cittadini preoccupati. E la BCE non ha il diritto di agire in questo senso, poiché si tratterebbe di una mossa tecnica ma con conseguenze politiche pesantissime.

7. Tsipras pensava che – ottenendo un piccolo prolungamento del piano di salvataggio fino al referendum – avrebbe avuto ancora il sostegno della BCE. Ma si è scontrato con il resto dell’Eurogruppo poco incline a fare sconti. Più in generale, il governo greco ha esasperato i toni, sbagliato i calcoli e bleffato a piu’ riprese, senza avere una sola carta vincente in mano.

Chi dice che il default alla “Thelma e Louise” è una buona soluzione per la Grecia non può non accorgersi che i primi che lo ritengono un errore sono i Greci, che si stanno accaparrando gli ultimi euro rimasti per paura della dracma.

Un default incontrollato – “non paghiamo e basta” – non lo vuole nemmeno Tsipras, che però a questo punto sembra non essere contro l’uscita dall’euro. Costerebbe all’Eurozona relativamente – il debito greco aveva tassi d’interesse bassissimi, e moratoria sugli stessi interessi fino al 2023. Il capitale molto probabilmente sarebbe stato ripagato fra cento anni, o addirittura mai.

L’Italia – si stima – perderebbe undici miliardi ma non per finanziamenti diretti, semplicemente per il rialzo temporaneo dello spread dei bond periferici.

La Grecia andrebbe incontro a un futuro incerto: l’uscita dall’UE – che solo lei potrebbe domandare – porterebbe alla perdita dei vantaggi del mercato interno, dei fondi strutturali – la Grecia ne è net receiver. L’uscita dall’Eurozona, che dovrebbe essere negoziata, non risolverebbe gli obblighi di bilancio del paese, che dovrebbe comunque rispettare i parametri del patto di stabilità e le regole sulla stabilità del sistema bancario.

Nel breve periodo, qualsiasi sia il risultato del referendum, i controlli dei capitali continueranno, e le banche rimarranno chiuse fino ad un accordo con i creditori in caso di esito positivo. Con il “no” dipenderebbe tutto dalla scelta di Tsipras: trattare ad oltranza, rovesciando la colpa sulla BCE che inevitabilmente ad un certo punto stacchera’ la spina, o cominciare a stampare “IOUs” – dei “paghero'” che sarebbero il prodromo del passaggio alla dracma.

La scena politica poi è destinata a cambiare: non c’è nessuna possibilità che con il sì lo stesso governo vada a trattare con Bruxelles il nuovo programma, ufficialmente richiesto da Tsipras (a proposito, ma non aveva promesso che non avrebbe mai chiesto un nuovo bailout?) che ad essere conservativi sarà di almeno 30 miliardi di euro. Gli scenari possibili sono tre: un rimpasto “interno” – con Varoufakis probabilmente via – la partecipazione di altri partiti o nuove elezioni.

Il terzo scenario è reso complicato dalla prossima scadenza, un pagamento di tre miliardi di euro alla BCE. Arrivare a quella data senza governo potrebbe voler dire davvero la fine.

Ma anche nell’ipotesi ormai concreta che in Grecia sia ristabilita la Dracma – cosa che almeno in teoria richiederebbe una maggioranza “costituzionale” perché’ sarebbe una violazione dei trattati Europei, che hanno valore superiore alle leggi costituzionali degli stati membri – è un’illusione pensare che nell’Europa dell’Euro ci sia spazio, in un piccolo paese con un’economia aperta, per la sovranità monetaria. La moneta greca, come quella bulgara, danese o svizzera, dovrebbe mantenere in ogni caso un rapporto stabile con l’Euro (la volatilità penalizzerebbe enormemente le imprese greche che esportano) e quindi la politica monetaria di una futura indipendente banca centrale greca sarebbe comunque indirettamente decisa a Francoforte.

L’unico vantaggio sarebbe – e solo in caso di uscita dall’Unione – per lo stato greco la possibilità di fare deficit all’infinito, seguendo l’esempio dell’Argentina. E se ci siete stati negli ultimi tre, quattro anni, in Argentina, potete verificare che non è una grandissima idea: a quattordici anni dallo sganciamento della parità ufficiale con il dollaro, questa è ancora la moneta di riferimento.

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