Le attese per il vertice di ieri sono state in parte deluse: i greci sono arrivati a Bruxelles senza proposte concrete da sottoporre al vaglio dell’Eurogruppo, e solo stamattina hanno fatto richiesta ufficiale all’ESM (European Stability Mechanism, in italiano MES, meccanismo di stabilità europeo) per un nuovo prestito – si dice – da trenta miliardi (stima) di euro per i prossimi due anni.

La notizia positiva è che stanno lavorando a un piano di riforme diverso, e la speranza è che possa essere maggiormente credibile dal punto di vista della sostenibilità a medio termine delle finanze del paese.

E’ chiaro a questo punto che le maturità dei prestiti dell’EFSF e della Greek Loan Facility saranno – in caso di accordo – ulteriormente estese in autunno, posto che le riforme siano approvate, anche se per motivi politici è molto difficile che sia offerto ai greci il taglio della quota capitale. La Grecia in realtà paga interessi talmente bassi – e non ne pagherà fino al 2023 – sul debito verso i partner dell’Eurozona che dal punto di vista della contabilità (da entrambe le parti) non cambierebbe nulla. Ma è importante per il primo ministro greco Tsipras e per la sua maggioranza.

Una delle chiavi per interpretare questa saga infinita è comprendere – di là dalle urla dei politici – chi decide cosa. Nello specifico, “Bruxelles” o i “tecnocrati” non decidono nulla. L’unica attività di cui sono responsabili è il controllo delle cifre, come tutti i funzionari di ogni burocrazia del mondo.

La decisione sulla concessione del prestito è meramente politica, ed è nelle mani dei partner dell’Eurozona. perché i soldi non sono della Commissione, ma degli altri paesi dell’Eurozona che sono “soci” dell’ESM, il meccanismo di stabilità che deve elargire il prestito.

Semplificando, nel trattato istitutivo dell’ESM è scritto chiaramente che per prestare i soldi a uno stato firmatario c’è bisogno dell’unanimità e di un impegno (chiamato in inglese “conditionality”) a dimostrare la sostenibilità delle finanze del paese a medio termine.

Il primo ministro greco dovrà in questa settimana dimostrare di avere un piano a medio termine per il bilancio dello stato. Il calcolo a questo punto è che servano misure per quindici, forse venti miliardi in due anni, principalmente concentrati su tre direttrici: l’innalzamento dell’età media pensionabile ai livelli dei paesi creditori (gli slovacchi, che prestano i soldi ai greci, vanno in pensione in media sei anni piu’ tardi di loro), l’equiparazione dell’IVA nelle isole a quella sulla terraferma (altre questioni dirimenti sussistono sull’IVA sul latte e sull’olio) e la riforma della contrattazione collettiva. Infine, e il governo greco non si è mai opposto a questo, ci sono le liberalizzazioni nei settori delle professioni e la lotta all’evasione fiscale.

Le pensioni sono il tallone d’Achille per i greci – e forse lo sono un po’ per i bilanci di tutti gli stati europei, ormai soffocati dalla generosità eccessiva degli anni 70 e 80 e dall’impossibilità di riformare le posizioni acquisite. Non aiuta il fatto che la popolazione europea, essendo in media piuttosto anziana, voti costantemente per i partiti che promettono il mantenimento dello status quo.

Se si dovessero sbloccare le trattative, la Grecia otterrà l’aumento della liquidità d’emergenza al sistema bancario e probabilmente l’elargizione dei profitti degli acquisti dell’SMP (il Securities Market Programme) per pagare la BCE il 20 luglio, e poi una successione di esborsi dall’ESM in seguito all’approvazione delle varie riforme. Naturalmente, poiché i conti i greci li hanno truccati in passato e oggi i creditori non si fidano di loro, ci sarà un controllo molto stretto sul passaggio delle riforme richieste. Ma il controllo, effettuato da Bruxelles, è per conto dei creditori, che sono democrazie come la Grecia, e i cui leader devono rendere conto ai loro elettori.

Il negoziato non lo conduce dunque la commissione europea, che ha solo un ruolo tecnico: lo conducono gli altri paesi che hanno una posizione politica determinata dai loro governi e parlamenti.

Se il risultato dovesse invece essere che la posizione del popolo greco è inconciliabile con la posizione degli altri paesi dell’eurozona, ci sarà una “Grexit”. È stato predisposto un piano per un’uscita soft: ci sarà un finanziamento in euro per salvaguardare il paese da una possibile catastrofe – garantire l’acquisto di medicinali, cibo, e un minimo di liquidità alle banche – e la Grecia continuerà a essere parte dell’Unione, con accesso al mercato interno e ai fondi strutturali. Ci saranno probabilmente i cosiddetti IOUs, forme di pagamento che saranno utilizzate al posto dell’euro, ma l’euro rimarrà moneta circolante.

Sarebbe a quel punto anche probabile una forma di ristrutturazione del debito che pero’ cambierebbe poco perché, come detto, Atene già in sostanza non paga (ai creditori europei) interessi e non ne pagherà per anni (li paga al FMI, ma quella è una storia che non può essere risolta in Europa).

Sono quindi i cittadini europei, attraverso i loro governi, che stanno decidendo se finanziare la Grecia o no sulle basi di analisi tecniche condotte dalla commissione – che in modo soft preme, ovviamente, per un accordo, ma non ha nessun potere reale a riguardo perché’ non ci mette i soldi. Domenica si faranno i conti, e si sceglierà una delle due strade. Ma nessuno di noi pensi di non avere responsabilità, perché’ questa è una decisione dell’Europa dei popoli – e dei votanti – non dei tecnocrati di Bruxelles.

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