Scrivo queste righe da casa, dove sono bloccato da quasi ventiquattro ore. L’esercito è in strada con i mitra spianati, i locali e i ristoranti sono chiusi. Bruxelles sembra New York post-11 settembre.

I morti di Parigi e le cacce all’uomo di Bruxelles e Saint-Denis – la prima ancora in corso, in una città blindata e semideserta – hanno riportato prepotentemente la sicurezza al centro del dibattito europeo, dopo gli anni in cui l’attenzione dei cittadini è stata soprattutto concentrata sull’economia.

Il Presidente francese Francois Hollande, con una mossa a sorpresa, ha invocato la clausola 42.7 del Trattato, che richiede l’aiuto dei singoli stati membri in caso di minaccia militare o terroristica. Diversamente dall’articolo 222, che mobilita le risorse dell’Unione, ma mette Bruxelles nelle condizioni di coordinare l’intervento, l’articolo 42 prevede semplicemente che gli altri governi supportino il paese “attaccato” ma senza limitarne in alcun modo la “sovranità” e i poteri decisionali.

Gli altri stati membri, che hanno risposto positivamente, difficilmente s’impegneranno nel fronte contro lo Stato Islamico in Siria, ma daranno probabilmente al governo francese supporto economico e logistico per le missioni in Mali e Repubblica Centrafricana, consentendo a Parigi di concentrarsi sulla Siria. Ci saranno anche conseguenze economiche, con le spese sostenute che la Commissione Europea terrà in considerazione nel giudizio sui conti degli stati membri.

La scelta di Hollande di preferire una clausola di solidarietà “europea” rispetto all’articolo 5 del Trattato NATO è dettata da una serie di motivi: richiamare gli altri paesi dell’Unione ad assumersi maggiori responsabilità, focalizzare il dibattito comunitario sulla sicurezza e possibilmente su una riforma di Schengen che renda il trattato piu’ efficace (soprattutto in sede di coordinamento delle politiche di sicurezza) e infine tenere per il momento lontani gli americani dalla gestione di un problema – quello dei “foreign fighters” – che Parigi ritiene fondamentalmente europeo.

La parte riguardante Schengen è la più interessante.

Da lungo tempo i francesi invocano l’utilizzo di risorse comuni per difendere i confini esterni dell’area di libera circolazione, e il fatto che i terroristi fossero basati in Belgio ripresenta il problema dei controlli ai confini interni.

I leader europei sanno – al di là di alcune dichiarazioni pubbliche a scopo politico – che reintrodurre i controlli interni nel medio termine è una follia, anti-economica e completamente inutile (nel breve periodo, invece, lo stato di emergenza e’ pienamente consentito dal Trattato stesso).

Una stima molto vaga indica in 1.25 miliardi il numero di cittadini che si sposta intra-Schengen ogni anno. Il costo della reintroduzione dei controlli sarebbe nell’ordine dello 0.1% del PIL di ciascuno dei due paesi frontalieri – la Francia, tanto per dire, che confina con Italia, Lussemburgo, Belgio, Spagna e Svizzera perderebbe mezzo punto di PIL.

Ed oltre l’aspetto economico, c’è la consapevolezza che senza collaborazione tra le forze di polizia, i francesi mai avrebbero potuto fermare i terroristi ad un’ipotetica frontiera, pur conoscendone le tendenze radicali e pur essendo essi sulla watch list. Erano francesi, e non avevano commesso reati, quindi sarebbero passati senza controlli ulteriori anche attraverso una frontiera “chiusa.”  Proprio la condivisione d’informazioni tra le forze di polizia e l’incrocio dei dati, al contrario, avrebbe potuto evitare il disastro.

Berlino e Parigi sono concordi su questa necessità, anche se progetti piu’ estremi come una forza congiunta pagata con le tasche dei cittadini di tutti i paesi membri dell’area, da utilizzare per controllare le frontiere esterne dell’area Schengen è fuori discussione – costi e difficoltà politiche rendono questa strada impraticabile.

Tra le altre proposte di questi giorni strani, la storia della “Schengen” ristretta – un’area di libera circolazione limitata a Olanda, Belgio, Lussemburgo, Austria e Germania – è vera, ma sostanzialmente già morta e sepolta (i tedeschi non ne vogliono sapere, perché’ distruggerebbe, di fatto, l’Unione Europea, proprio come l’idea dell’”Euro del Nord” di qualche anno fa).

C’è invece in senso completamente opposto una risoluzione del Parlamento che chiede la creazione di un’agenzia europea d’intelligence, tra l’altro promossa dai normalmente euroscettici inglesi. Potrebbe avere seguito, anche se per il momento è stata accantonata.

Per il momento, la prima decisione del Consiglio dei Ministri degli Interni venerdì è stata di iniziare il percorso verso la condivisione dei dati dei passeggeri dall’anno prossimo, e l’introduzione controlli anche sui cittadini comunitari che tornano da viaggi extra-comunitari, con la registrazione dei loro dati all’entrata. Si tratta di una misura non particolarmente invasiva, ma che sarà interessante perché’ finalmente permetterà di monitorare la storia dei viaggi dei cosiddetti “foreign fighters” con i passaporti comunitari.

Tutto questo potrà essere in vigore l’anno prossimo, mentre in tempi brevi potrebbero continuare i controlli “straordinari” alle frontiere interne e – soprattutto – lo stato di emergenza in Francia.

E proprio in Francia sembra strano ad alcuni che il Front National non approfittato della situazione per prendere a bersaglio la comunità musulmana: in realtà ci sono circa 3-4 milioni di cittadini francesi che praticano la religione e che sono potenziali votanti. E il fatto che la comunità intera non sia stata presa di mira da un partito tradizionalmente molto duro contro chi non rispetta la laicità dello stato francese indica quanto sul serio Marine Le Pen prenda la campagna elettorale per le elezioni del 2017.