Si sta avvicinando il 31 gennaio 2016, la data entro la quale le sanzioni finanziarie e commerciali dell’Unione Europea alla Russia dovrebbero essere rinnovate, e il clima e’ completamente cambiato rispetto a quello dell’inizio dell’estate.

Allora, i servizi d’informazione britannici, polacchi e tedeschi avevano messo in guardia contro la possibilità che la Russia decidesse un attacco a Mariupol per conquistare un corridoio di terra che permettesse di unire i territori delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk alla Crimea. E a Bruxelles si discuteva – c’erano in realtà le misure già pronte – di inasprire le sanzioni commerciali e finanziarie contro Mosca.

Gli accordi di Minsk II prevedevano entro l’autunno anche elezioni regionali nelle zone ribelli, secondo la legge ucraina, e, come atto finale, la restituzione a Kiev del controllo della frontiera con la Russia entro il mese di dicembre: contestualmente, le sanzioni, che scadevano a luglio 2015, furono a inizio estate prolungate di sei mesi, fino al 31 gennaio 2016, per dare alle parti il tempo sufficiente per mettere in pratica il piano.

Dopo l’escalation della tarda primavera e le schermaglie estive, a ottobre il “cessate il fuoco” tra l’esercito ucraino e i ribelli è diventato finalmente una tregua duratura, e il ritiro delle armi pesanti, che per l’accordo Minsk II doveva essere perfezionato entro l’estate, è ricominciato, sia pur ovviamente in netto ritardo sull’agenda iniziale.

È chiaro ormai che i vari ritardi nell’esecuzione della road-map non consentono di raggiungere gli obiettivi dell’accordo entro il tempo previsto della fine di dicembre: quindi il Consiglio (dei ventotto stati dell’Unione) sembra intenzionato a estendere le sanzioni per un periodo dai tre ai sei mesi.

La tempistica dell’estensione dipenderà dal livello di completamento dell’esecuzione del piano, e in particolare dalla data concordata per le elezioni regionali nel Donbas che dovrebbero essere celebrate in febbraio, ma di cui al momento non si sa molto: le “elezioni” organizzate dai ribelli in ottobre, su pressione del Presidente russo Vladimir Putin, sono invece state rinviate a data da destinarsi, e questo e’ stato ritenuto un segnale positivo.

Il mese scorso, inoltre, a Parigi, Francia, Germania, Russia e Ucraina hanno cominciato a pensare a un ammorbidimento delle condizioni di Minsk II (e soprattutto della clausola, ritenuta di quasi impossibile realizzazione, del ritorno dei confini di Donetsk e Lugansk all’Ucraina). E, senza toccare necessariamente la profondità delle sanzioni, questo consentirebbe a Mosca di essere “compliant” – e quindi di ottenerne l’eliminazione – più rapidamente del previsto.

In particolare, sembra ci sia stato un cambio di “priorità” delle due maggiori parti belligeranti – la Russia e l’Ucraina. Il Presidente russo Vladimir Putin si è reso conto del costo economico di questa guerra, sia per le sanzioni sia per i costi che la Crimea ha imposto al bilancio di Mosca in una congiuntura economica gia’ di per se’ difficile. Sa bene anche che le bande armate in controllo di Donetsk e Lugansk hanno trasformato quei territori in uno stato-mafia, che Kiev, ma probabilmente Mosca stessa, ritiene ormai ingovernabile.

De-popolate, devastate da una guerra di quasi due anni, impoverite delle infrastrutture principali e in mano ad avventurieri senza scrupoli, Donetsk e Lugansk costerebbero al governo ucraino un enorme dispendio di denaro – oltre che di risorse militari – che al momento è strategicamente piu’ sensato per Kiev investire nel resto del paese (per raddrizzare un’economia devastata da guerra e inflazione, oltre che per ripulire la burocrazia dalla corruzione selvaggia che – nonostante la buona volontà del nuovo governo – è durissima da estirpare).

La guerra quindi si sposterà, molto probabilmente, sugli obiettivi veri delle due parti in causa: per Putin, rendere l’Ucraina uno stato fallito, economicamente e soprattutto socialmente (in uno stato di semi-permanente guerra civile), indebolendone le istituzioni e delegittimandone il governo, per poterlo controllare ed evitare che diventi parte dell’Europa dal punto di vista economico e militare. Per l’Europa e per gli Stati Uniti, lo scopo è invece riformare e rimodernare l’economia ucraina, rinforzare le strutture dello stato, abbattere corruzione e malgoverno per legittimare la svolta pro-Occidente ed evitare che Kiev ripiombi nella sfera di influenza di Mosca.

A Bruxelles e a Washington fanno notare due cose interessanti: la prima è che la guerra ha risvegliato il sentimento nazionale ucraino, che in precedenza nemmeno esisteva. La seconda è che Putin voleva tutta l’Ucraina (come stato fantoccio, controllato da Mosca in un modo o nell’altro) e si è ritrovato con la Crimea (sulla quale Stati Uniti, Europa, Canada, Giappone e Australia manterrà le sanzioni probabilmente per molti anni ancora) da supportare economicamente e con un pezzo del Donbas ridotto a una terra fuorilegge (modello Transnistria e Sud-Ossezia).

La NATO, poi, ha cambiato strategia: una fonte di uno dei ministeri degli esteri più vicini alla fa notare che Putin ha appiccato il fuoco al Donbas e respinto l’esercito ucraino utilizzando solo quattro brigate (piu’ o meno 20000 uomini): per rispondere a questa minaccia, l’alleanza ha costituito quest’anno una forza di intervento speciale di 40000 effettivi da spiegare per interventi rapidi, costruito due comandi permanenti in Romania e Polonia, e incrementato i finanziamenti un centro di comunicazioni basato a Riga per contrastare la propaganda di Mosca.

Una vera e propria guerra fredda, per certi aspetti, inasprita dal pericolo percepito dalla NATO dei missili “cruise” russi, lanciati dal mar Caspio sulla Siria e basati anche in Crimea: da lì potrebbero puntare ad uno qualsiasi degli stati NATO, rendendo un’eventuale dispiegamento delle forze difensive dell’alleanza ancora più difficile.

Tutto ciò naturalmente non vuol dire che non si discuta e che non ci si accordi con Mosca, a vari livelli, sul terrorismo internazionale, sulla situazione in Siria, sull’Iran: semplicemente che in questo momento la politica di Putin non sembra destinata a cambiare, poiché secondo molti osservatori corrisponde alle esigenze della Russia e piace ai suoi elettori e ai suoi sostenitori (anche parti della nomenklatura militare, per esempio). E naturalmente cozza con gli interessi strategici della NATO e con gli interessi economici degli stati dell’Unione, che invece rispondono ai propri elettori e hanno diverse priorità.

E noi italiani?

Come sempre, diciamo di si a tutti: nel senso che – ma questo è un atteggiamento della nostra politica estera che deriva dalla nostra storica allergia alla responsabilità e alle decisioni – siamo dalla parte dell’Europa, pero’ non ci piacciono le sanzioni (non quelle alla Russia, le sanzioni in generale).

E manchiamo di affidabilità sia come partner dell’alleanza atlantica, sia come voce fuori dal coro.