L’attenzione dei media mondiali negli ultimi giorni si è focalizzata su Bruxelles e sull’operazione di polizia, ancora in corso, alla ricerca di una cellula jihadista che aveva programmato una serie di attacchi simili a quelli del 13 novembre a Parigi.

Proprio il governo belga è stato il bersaglio, negli ultimi giorni, sia del Primo Ministro Francese Manuel Valls che di molti osservatori neutrali, che hanno accusato Bruxelles (intesa come capitale del Belgio) di non aver esercitato sufficienti controlli sui cittadini belgi che hanno scatenato l’inferno di Parigi.

Per chi ci vive, è innegabile che il Belgio, uno stato federale totalmente disfunzionale e profondamente disorganizzato, abbia trattato la questione “Molenbeek” – il quartiere di Bruxelles ormai noto in tutta Europa come la casa dell’organizzatore degli attentati del 13 novembre – in modo superficiale, voltandosi dall’altra parte rispetto ai problemi enormi che una comunità musulmana di anno in anno sempre più radicalizzata avrebbe potuto creare.

Ci sono state accuse profonde alla gestione socialista del comune di Molenbeek, e soprattutto verso Philippe Moureaux, il “sovrano” socialista di “1080”  – il CAP del comune, uno dei diciannove che compone la galassia di Bruxelles-Capitale, con sei diverse polizie (prima erano diciannove anche le forze di polizia…) – che per vent’anni (1992-2012) ha governato quello che è poi diventato il suo feudo attraverso un mix di assistenzialismo paternalista e giustificazionismo pauperista, utilizzando la comunità islamica come serbatoio di voti proprio come un volgare ras politico dell’Italia meridionale utilizza le clientele.

Moureaux per anni ha fatto finta di non vedere, mentre la seconda generazione di una comunità inizialmente quieta e tollerante è stata infiammata dalle prediche di imam wahhabiti inviati dall’Arabia Saudita in cambio di soldi utili a fare da ammortizzatori sociali in una delle zone piu’ depresse della capitale.

Ancora il Belgio, incredibilmente, fino a pochi anni fa, consentiva ai comuni di gestire la distribuzione dei passaporti, diventando il paese europeo preferito da chi voleva comprarsi un’identità comunitaria (bastava entrare nella masion communale per rubare passaporti vergini, et voilà).

La storia dell’indifferenza ipocrita degli stati europei davanti al fondamentalismo islamico non è nuova e non è tipica solo al Belgio: gli attentatori dell’11 settembre, per esempio, si erano conosciuti e radicalizzati ad Amburgo, in Germania, in parte grazie al disinteresse della polizia tedesca che, storicamente (e per motivi ben immaginabili) contraria alla limitazione della libertà personale, non li aveva mai attenzionati. Uno di loro, Ramzi-binalshib, che non ottenne il visto per gli Stati Uniti solo per motivi economici (gli americani ritenevano potesse approfittarne per rimanere negli Stati Uniti illegalmente per trovare lavoro), era addirittura un richiedente asilo di cui il governo tedesco non si era mai premurato di accertare l’identità.

Abbastanza avulsa da colpe, almeno in via diretta, è invece l’Unione , almeno intesa come centro decisionale: di certo non è uno stato, ma un’entità astratta, almeno su questioni che non sono di sua competenza. Gli stati membri sono infatti gelosi dell’indipendenza delle loro forze di polizia e della loro intelligence, e la condividono in genere – con altri stati membri – solo dopo che fatti come quelli di Parigi accadono.

L’Unione europea non è responsabile della schedatura dei terroristi, né di altri aspetti riguardanti la sicurezza. Tutte le decisioni di politica estera comune sono prese all’unanimità dagli stati membri, e Bruxelles in sostanza ha solo un ruolo organizzativo e di coordinamento: la decisione sulle quote di migranti è stata presa a maggioranza perché c’era una questione di emergenza umanitaria, ma e’ stata un’eccezione.

Proprio la Commissione, oltre a vigilare in materia fiscale e di politica di concorrenza, in realtà, non fa altro che proporre legislazione (e anche lì, secondo le priorità degli stati membri). E’ il Consiglio (che raggruppa i governi nazionali) che approva.

Indirettamente, invece, c’è una questione su cui indignarsi sul serio (e non c’entrano i cetrioli né le bistecche, su cui peraltro ha deciso l’OMS e non l’Unione), per chi vive qui: i funzionari comunitari e gli europarlamentari pagano le tasse (poche, sotto il 20%) al budget dell’Unione, pur vivendo a Bruxelles e utilizzando strade, trasporti e uffici pubblici pagate dalle tasse dei residenti.

Questo è uno dei motivi – non l’unico, certo – per i quali Bruxelles-Capitale (la terza entità federale che compone lo stato belga, insieme con Vallonia e Fiandre) non ha i soldi per combattere socialmente, oltre che dal punto di vista della sicurezza, il problema del radicalismo islamico: la città fornisce servizi ai funzionari comunitari, “portoghesi” che non contribuiscono al budget della città, ma ne utilizzano le strutture.

Ma la disfunzionalità dell’Unione non finisce qui. Per ironico che possa sembrare, i funzionari e gli euro-parlamentari, che sono per parte loro ben contenti di non dover sottostare all’onerosissimo prelievo fiscale belga (lo scaglione sopra i 33000 viene tassato al 56%) se anche volessero pagare, non potrebbero: gli altri stati membri dell’Unione si opporrebbero. Quindi i residenti di Bruxelles che lavorano per istituzioni comunitarie finiscono per pagare solo la tassa sulla residenza, che è una specie di IMU: e in un paese federale, non è certo abbastanza da finanziarne i servizi fondamentali di competenza della comunità.

Certo, si può obiettare che lo stesso problema non esiste a Francoforte, dove si trova la BCE (Strasburgo invece non e’ sede di istituzioni e non ci sono “eurocrati,” ci si riunisce solo il Parlamento europeo una volta al mese): ma Francoforte è un hub bancario e finanziario importante, mentre Bruxelles è una città sostanzialmente povera, che non ha un tessuto produttivo solido, con l’eccezione dei burocrati europei e nazionali (la politica, come a Roma, e’ una vera e propria industria). Se si aggiunge che i ricchi belgi per la maggior parte vivono fuori dai confini della capitale, nei comuni delle confinanti Fiandre (dove ricevono servizi migliori – soprattutto le scuole) e in città ci vanno solo per lavorare, il quadro e’ completo.