Mentre l’Europarlamento si avvicina allo scadere del mandato, torna con prepotenza il dibattito sull’Europa. I toni non sono concilianti. Anzi. Nell’ultima settimana sono volate dichiarazioni decisamente sopra le righe ed è stato sanzionato un Paese, l’Ungheria, per non essersi allineato ai diktat di Bruxelles. Una decisione, quest’ultima, che anziché rafforzare l’Unione europea non fa altro che indebolirla.

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C’è un fil rouge che lega il durissimo attacco del presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ai partito nazionalisti, che a suo dire “avvelenano l’Europa” con il loro sovranismo, il via libera di Strasburgo alla procedura per sanzionare il premier ungherese Viktor Orban e l’impietoso monito lanciato all’Italia dal commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. Partiamo da quest’ultimo. Dice che il nostro Paese è finito “in mano a piccoli Mussolini”. Non è il primo che entra a gamba tesa contro Roma. Di solito è prerogativa di un altro commissario, quello al Bilancio. Non appena Matteo Salvini e Luigi Di Maio avevano raggiunto l’accordo di governo, il falco tedesco Gunther Oettinger si era augurato che i mercati, con le loro scorribande sullo spread e sui titoli azionari, passano insegnare agli italiani a votare meglio alle prossime elezioni.

Sono proprio queste ingerenze e questi attacchi a far il male dell’Europa. Perché non è il progetto a essere sbagliato, ma certe imposizioni che vengono fatte cadere dall’alto. E, mentre i problemi vengono lasciati sedimentare a oltranza (vedi l’incapacità di risolvere l’emergenza immigrazione), all’ordine del giorno dei lavori vengono messe le sanzioni a Orban. La sinistra europea (a cui si sono accodati pure i grillini) lo ha accusato di fare quello che qualsiasi premier dovrebbe fare: proteggere i confini del proprio Paese (bloccando l’ingresso ai clandestini) e bandire quelle forze (come le ong e la fondazione di George Soros) che vogliono sovvertire il voto.

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È sempre il solito scontro. Le élite da una parte, i governi democraticamente eletti dall’altra. Il nazionalismo, a dispetto da quanto crede Juncker, non è il male, ma la conseguenza di questo scontro che fa il male dell’Europa. Nell’accanimento contro Orban, che nei suoi discorsi si rifa molto spesso proprio alle radici europee, emerge tutta l’incapacità dell’Unione europea di creare un’identità comune. Ma l’unica preoccupazione a Bruxelles è riuscire a far rispettare le regole.

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