“Con una moneta nostra, risolveremmo molti problemi”. Prima Claudio Borghi ha lanciato la bomba, poi ha ritrattato. L’impatto è stato devastante, almeno nell’immediato. L’euro ai minimi, il differenziale tra i Btp decennali e i Bund tedeschi a quota 300 punti base e i listini nuovamente in sofferenza. Viene, dunque, da chiedersi se le dichiarazioni sulla fuoriuscita dall’euro, in un momento tanto delicato per l’Italia, siano solo una svista dell’economista del Carroccio o se rientrino in un disegno ben preciso, quello cioè di mettere in atto il “piano B” teorizzato da Paolo Savona (leggi qui) per scardinare l’Unione europea dal suo interno.

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Come già scrivevo nei giorni scorsi, qui nel Loft, fissare l’asticella del rapporto deficit/Pil al 2,4%, quando a Bruxelles caldeggiavano un 1,6%, altro non è che il tentativo di costruire l’occasione giusta per arrivare allo scontro frontale con i vertici dell’Unione europea. Il casus belli, appunto, per provare a far saltare quell’asse franco-tedesco contro cui leghisti e grillini si sono a lungo sgolati. D’altra parte era già tutto scritto in quel famoso “piano B” messo a punto in sordina da Savona, che oggi siede al ministero per gli Affari europei, e poi scoperto dall’Huffington Post. Come era già anche scritto nel contratto di governo che Matteo Salvini e Luigi Di Maio avrebbero inserito nella manovra economica la flat tax, l’abolizione della legge Fornero e il reddito di cittadinanza. Tre misure costosissime che per essere attuate – è ovvio – non possono che indebitare il Paese fino al collo. A suo tempo i tecnici di Bruxelles, gli analisti finanziari e le stesse agenzie di rating devono aver pensato, probabilmente, che quel contratto fosse carta straccia e che nessuno si sarebbe mai spinto oltre l’1,9% di deficit. Così non è stato. Anzi. È stato fatto mettere nero su bianco da Tria che questa politica di espansione del debito andrà avanti per i prossimi tre anni.

Per la Germania e la Francia questa linea sta già portando l’Italia sul baratro. “In realtà – ha replicato Borghi – vogliamo semplicemente fare le politiche che in questo momento sono il minimo indispensabile per permettere alla nostra economia di stare un po’ meglio”. Secondo l’economista del Carroccio, se il governo fosse “voluto andare allo scontro con l’Unione europea” avrebbe “dichiarato il 3,1% come deficit”. In realtà, lo scontro è già in atto e sembra farsi di ora in ora sempre più duro. Non resta che stare a vedere a cosa porterà e quali saranno le prossime mosse dei due contendenti. Entro il 15 ottobre Tria dovrà consegnare la legge di Bilancio su cui, poi, graverà il responso della Ue. Salvini ha già detto che se ne infischierà di un’eventuale bocciatura.

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Dove vogliono davvero arrivare i gialloverdi? Difficile dirlo con certezza. Con la stesura del Def hanno dato prova di voler attuare – costi quel che costi – il contratto di governo. E la tenacia con cui lo stanno difendendo in Europa, nonostante gli scossoni sul mercato azionario e sull’andamento dei titoli di Stato, sembrano preannunciare il piano di rottura coi vari Juncker, Moscovici e Dombrovskis e soprattutto con la Merkel e Macron. E, in questo quadro, è stato ributtato dentro il dibattito sul controllo della politica monetaria, ritornando ancora una volta ai sogni di Lega e M5s di uscire dall’euro. Potrebbe trattarsi semplicemente di una boutade per far ulteriore pressione sull’Unione europea oppure potrebbe essere l’ennesimo tassello di quella destabilizzazione teorizzata da Savona nel “piano B“.

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