Niente di nuovo sotto il sole. Sta procedendo tutto secondo copione. Forse qualcuno a Bruxelles si sarebbe aspettato un passo indietro da parte del governo Conte. Ma i gialloverdi hanno tenuto duro e hanno messo per iscritto, nella lettera consegnata oggi dal ministro dell’Economia Giovanni Tria (leggi qui), di non essere disposti a rivedere i termini della manovra economica. Si sono limitati a promettere, “qualora i rapporti debito/Pil e deficit/Pil non dovessero evolvere in linea con quanto programmato”, a “intervenire adottando tutte le misure necessarie affinché gli obiettivi indicati siano rigorosamente rispettati”. Niente di nuovo sotto il cielo. Chi si stupisce, non ha seguito attentamente la campagna elettorale di Matteo Salvini e di Luigi Di Maio. Chi storce il naso non ha letto il programma che i due partiti hanno sottoscritto prima di andare a giurare davanti a Sergio Mattarella (e agli italiani). Ora bisogna capire dove ci porterà questa ostinazione.

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La manovra economica, ora lo sappiamo, è un pot-pourri di ricette proposte in campagna elettorale. Un gran miscuglio che mette insieme poco di tutto. C’è un accenno di flat tax (così poco da cozzare persino con l’idea della tassa piatta), c’è un primo tentativo di mettere a posto i pasticci della Fornero (andando, però, a complicare la vita ad altri pensionati) e c’è il reddito di cittadinanza che va a finire anche nelle tasche di immigrati e rom. Molte ombre, insomma, visto che non sarà una legge di Bilancio espansiva ma rischierà unicamente di aumentare il già invadente debito italiano. Il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, glielo ha ripetuto in lungo e in largo, ma oggi Tria ha ribadito che indietro non si torna. Certo, quello del 2,4% è un “tetto massimo” che “non verrà sforato”, e anzi “qualora il Pil dovesse ritornare al livello pre crisi prima del previsto il governo intende anticipare il percorso di rientro”. Senza contare che a Roma sono pronti a rivedere anche quel 2,4% nel caso in cui l’economia italiana dovesse evolvere in modo diverso dal previsto. Per il resto, però, Salvini e Di Maio sono pronti ad andare fino in fondo pur di dimostrare agli italiani (e ai commissari europei) che a modo loro le promesse vengono mantenute. Nei loro piani le porteranno a compimento entro la fine della legislatura. Solo allora sapremo se avremo, per esempio, una vera e propria flat tax e non finiremo per essere un Paese con milioni di giovani in coda ai centri per l’impiego per l’assegno di disoccupazione.

Il governo gialloverde ha scelto la linea dura. E, quasi sicuramente, le promesse fatte oggi non basteranno alla commissione Ue da cui, già domani, potrebbe arrivare la bocciatura della manovra. Sarebbe un unicum visto che nessuno Stato membro finora si è mai trovato in una situazione simile. A quel punto l’esecutivo avrà tre settimane di tempo per fare la propria mossa che, quasi sicuramente, ricalcherà la linea già esplicitata nella lettera di oggi aprendo così la strada per la procedura europea che finirà sul tavolo dell’Eurogruppo nella riunione del prossimo 5 novembre a Bruxelles. Non dobbiamo, però, farci sviare da queste primissime battute del braccio di ferro tra Roma e Bruxelles. Lo scontro ha tempi dilazionati. Ed è proprio sui tempi della burocrazia europea che Salvini e Di Maio hanno puntato il tutto per tutto. Lungo il cammino, che porta alle sanzioni contro l’Italia per aver sforato il rapporto deficit/Pil, ci saranno prima le elezioni europee che potrebbero riscrivere gli equilibri dell’Europarlamento. Secondo alcuni sondaggi, le forze populiste potrebbero arrivare a esprimere più di un terzo degli eurodeputati che siederanno a Strasburgo. A quel punto verrebbe tutto rimesso in discussione.

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