Pennivendoli. Puttane. Infimi sciacalli. Cani da riporto. L’euforia grillina per l’assoluzione di Virginia Raggi dall’accusa di falso documentale per aver piazzato il fratello del suo ex capo di gabinetto in un dipartimento del Comune di Roma si è trasformata in una violenza senza senso contro i giornalisti. Con Luigi Di Maio che ha annunciato purghe contro gli editori e i giornali che non piacciono al Movimento 5 Stelle.

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Che i grillini abbiano in antipatia la stampa “nemica” lo sappiamo ormai da anni. A nessuno, per carità, fa mai piacere essere criticato. Ma a loro urta in modo particolare. Tanto che non sono nuovi a certe liste di proscrizione che ricordano i picchiatori rossi quando mettevano sui loro giornaletti i nomi e i cognomi degli studenti di destra da prendere a sprangate. Io stesso sono finito nel bel mezzo di questa sudicia violenza (per ora verbale). Il 24 giugno 2016 Beppe Grillo aveva puntato il dito contro di me piazzando il mio nome e cognome sul suo sito. Mi aveva scelto quale “giornalista del giorno”: una bieca pratica del comico genovese che si divertiva a scegliere quotidianamente il cronista che gli stava sulle palle per poi darlo in pasto ai suoi seguaci. Tutto perché avevo osato raccontare sul Giornale.it lo streaming tra i cocchi di Grillo e Matteo Renzi. Il risultato di quella vile nomina era stata una selva di commenti urlanti insulti contro di me. Poco male. A fine anno, poi, mi aveva pure piazzato nella lista dei giornalisti peggiori quando aveva fatto eleggere dai suoi adepti il peggior “pennivendolo” dell’anno. Mi votarono in pochi e così altri si presero quella che a conti fatti è in realtà una nota di merito per chi vinse quell’assurdo contest.

Ma torniamo a ieri quando Di Maio e Di Battista hanno perso la testa per la troppa euforia. Si sono scagliati con una ferocia disumana contro i giornalisti che, a loro dire, hanno ricoperto la Raggi di fake news. Eppure sono sempre stati loro i primi a mettere sul piedistallo quegli stessi cronisti che con magistrati e pm andavano a nozze (e in vacanza) pur di avere sottobanco le veline dei tribunali e gettare fango sul politico di turno. Un rapporto strano, dunque. D’amore e odio. Tanto che Dibba se ne va da tempo a zonzo per le Americhe vendendo i suoi reportage al Fatto Quotidiano. Nulla da dire sul compenso, per carità. Come ebbe a dire lui stesso, sono cazzi suoi. Però la dice lunga sulla volontà dei pentastellati di sostituirsi ai giornalisti. D’altra parte lo stesso blog di Grillo era nato proprio per riscrivere certe notizie. È lì che, per esempio, sono state rilanciate balle fotoniche come le scie chimiche o pericolose bugie sui vaccini o che sono state portate avanti le campagne più violente contro i politici invisi al movimento. E sempre lì Beppe e i suoi hanno tuonato contro mamma Rai insultando quei giornalisti “prezzolati” vicini alla sinistra. Ora, però, che anche Di Maio (come tutti i suoi predecessori) ha iniziato a mettere le mani sui tiggì, la tivù pubblica verrà (forse) meno vituperata dalla base grillina. Che, però, non smetterà mai di affidarsi sempre e soltanto alle “verità” fatte filtrare dai politici M5s sui propri canali social.

Da sempre, dare contro i giornalisti è la via più semplice per riscrivere la realtà. Che qualche collega calchi la mano tramando tra le cancellerie dei tribunali non è un mistero. Ma sono gli stessi che in più di un’occasione hanno fatto comodo ai grillini stessi. D’altra parte, le mele marce ci sono dappertutto. Ma guai a lasciarsi andare alle purghe. Perché fanno male alla democrazia. E, poi, molto spesso si ritorcono contro chi le fa.

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