Gli obiettivi dei fotografi hanno immortalato il momento: la stretta di mano tra Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, e Fayez al Sarraj, il capo di governo di accordo nazionale, alla conferenza di Palermo. Non è la prima volta che i due concedono questo momento di diplomazia. Lo avevano già fatto, mesi fa, a Parigi. Se l’appuntamento intessuto dalla diplomazia italiana darà qualche contributo alla pacificazione della Libia e soprattutto alla risoluzione dell’emergenza immigrazione, lo si vedrà più avanti. Ora interessa sottolineare che l’Italia è tornata a mettere il piede nel continente africano dopo che sette anni fa la follia del presidente francese Nicolas Sarkozy ci aveva trascinato in una guerra senza senso. Un conflitto che aveva solo portato alla morte del raìs Muhammar Gheddafi e all’inizio delle oceaniche partenze di clandestini verso le coste italiane.

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“Lascio a voi decidere se sia stato un successo o meno”. Giuseppe Conte, che dal vertice con Donald Trump dello scorso luglio ha lavorato a lungo per la buona riuscita della conferenza di Palermo, incassa il plauso dell’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamé, che definisce la due giorni “un successo e una pietra miliare” verso il percorso di stabilizzazione del Paese. “Se qualcuno si aspettava che dalla Conferenza si sarebbero risolti tutti i problemi – ha sottolineato il premier italiano – allora è un insuccesso”. Ovviamente la due giorni di Palermo è luci e ombre. La diplomazia italiana incassa sicuramente il risultato di aver riportato uno davanti all’altro i due uomini chiave del futuro della Libia, con Haftar che ha concesso a Sarraj che “non si cambia il cavallo in mezzo al guado”.  Certo, i lavori sono stati anche guastati dallo stesso generale Haftar che, ad uso e consumo delle milizie che rappresenta, si è cavato fuori dalla plenaria e si è messo a concedere interviste alle tivù arabe in cui negava di trovarsi a Palermo per la conferenza. Anche i turchi hanno voluto marcare il territorio lasciando di punto in bianco i lavori e dicendosi “delusi” da come si stavano mettendo le cose. A conti fatti, poi, Conte non ha portato a casa risultati concreti. Ma nessuno si aspettava che a Palermo si sarebbe venuti a capo dell’emergenza immigrazione o, ancor più, si sarebbe pacificato un Paese che, dopo la caduta di Gheddafi, si è trasformato in una polveriera pronta a saltare in aria da un momento all’altro.

Resta la stretta di mano. Che può solo essere di buon auspicio. Quell’immagine ha fatto il giro dei media arabi, da al Arabya ad al Jazeera, segnando sicuramente un nuovo passo per rimediare agli errori fatti da Sarkozy nel 2011. Allora la Francia, con l’avallo di David Cameron, aveva trascinato l’Europa (e l’Italia) in una guerra senza senso che ha gettato il Paese nelle mani delle milizie islamiste dell’Isis e ha spinto i barconi carichi di clandestini e di terroristi verso le coste italiane. Da allora, purtroppo, l’Italia è stata completamente tagliata fuori dal dibattito internazionale sul futuro della Libia. Da Mario Monti a Paolo Gentiloni, Roma ha lasciato il timone nelle mani della Francia che ha, ovviamente, seguito il proprio tornaconto. Che non coincide mai con quello dell’Italia. Conte, oggi, ha tentato di invertire questa rotta, riportando al centro gli interessi italiani. Che ultimamente coincidono anche con quelli di Donald Trump che sembra avere tutto l’interesse di depotenziare lo strapotere francese nel Mediterraneo e in Europa.

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