Uno Stato che guarda al futuro non può che puntare tutto sui propri figli. Eppure, nonostante la stragrande maggioranza dei politici si riempia la bocca di promesse a sostegno della “famiglie numerose“, ci ritroviamo ancora indietro su un tema che, in tempi di bassissima natalità, dovrebbe essere in cima all’agenda di qualsiasi esecutivo. Il punto è che le famigerate “famiglie numerose” stanno a poco a poco sparendo e, quindi, bisognerebbe partire (più genericamente) da tutti quei nuclei che hanno deciso di scommettere sulla vita. Mentre, infatti, l’Unione europea fa le bizze per una manovra economica, che sposta il rapporto deficit/Pil al 2,4%, costringendo Giuseppe Conte e i suoi a litigare sui decimali, c’è chi lotta contro la quotidianità per riuscire a far quadrare bilancio e tempo scapicollandosi tra lavoro e casa e facendo l’equilibrista laddove è impossibile trovare un qualsiasi equilibrio.

Ingresso scuola Materna in via Aretusa

La crisi economica, che negli ultimi dieci anni ha eroso i risparmi di milioni di italiani, si fa sentire ancora oggi. Il Paese fatica a uscirne. Negli ultimi cinque anni, però, la grande emergenza dei governi precedenti è stata l’immigrazione. Non che non ci fosse, ma anziché chiudere i porti la sinistra ha accolto indiscriminatamente spostando somme ingenti nella gestione del flusso migratorio. In silenzio, nel frattempo, i genitori hanno continuato la propria vita tra mille difficoltà. Come hanno sempre fatto, d’altra parte. Perché è difficile trovare un padre e una madre che abbiano anche il tempo per lamentarsi e scendere in piazza nel tentativo di far valere le proprie ragioni. Non lo fanno perché significherebbe togliere quel poco di tempo libero che gli resta, cercare di incastrarsi tra nonni e tate e finire per sbattere il grugno contro una politica insensibile a certe richieste.

Proviamo a riassumerle qui, queste richieste.

Il grave peccato della manovra economica targata Lega e Movimento 5 Stelle è non aver scommesso sull’individuo. Qui nel Loft avevamo in passato spiegato perché, in un Paese falcidiato dalla pressione fiscale, una vera flat tax avrebbe fatto del gran bene a tutti quanti. Il governo ha preferito partorire un topolino: una tassa piatta, che poi piatta non è, per uno sparuto numero di lavoratori. Prendiamo per buono il proposito di allargarla nei prossimi cinque anni, in modo di averla portata a casa tutta alla fine della legislatura. Con il reddito di cittadinanza, poi, hanno preferito regalare soldi a chi non si rimbocca le maniche, anziché premiare chi ogni giorno si spacca la schiena in silenzio. Nemmeno il decreto fiscale ha partorito granché in termini di misure a sostegno della famiglia. Il bonus bebè – già di per sé poco cosa a fronte delle pachidermiche spese affrontate per i figli – è stato addirittura portato da tre a un anno. Il punto è che non si può rispondere sempre con misure assistenziali che alleviano (a pochi) i problemi senza però risolverli. Andrebbe piuttosto ridisegnato l’intero impianto perché da quando nasce il primo figlio i genitori (o il genitore quando uno dei due rimane da solo) si trovano a dover combattere sia per far quadrare il bilancio sia per trovare il tempo per fare tutto. Le spese si moltiplicano a dismisura. E non solo per i beni di prima necessità. In molti casi lo stipendio di uno dei due genitori viene versato completamente per pagare tata, scuole e attività varie. Viviamo, per esempio, in uno Stato che mette a disposizione pochissimi asili nido, facendoli pagare a peso d’oro, e osteggia la libertà di educazione sebbene ogni iscrizione in una scuola privata gli faccia risparmiare soldi. Riuscire a conciliare la scuola, che comunque termina alle 16/16.30, e le attività pomeridiane con il lavoro è pressoché impossibile. E così chi non può avvalersi dell’aiuto dei nonni, deve assumere inevitabilmente una baby sitter che, tra tasse e contributi, è un altro salasso inevitabile. Quando, poi, si passa da uno a enne figli, ecco che i problemi aumentano a dismisura.

Fortunatamente chi fa un figlio, non lo fa seguendo meri calcoli economici. Chi si mette con la calcolatrice alla mano, alla fine rinuncia. E la Nazione invecchia. Lo dimostra il tasso di denatalità che continua a peggiorare. Per invertire questa china, il governo non deve mettere mano al portafogli. Gli 80 euro al mese del bonus bebè, per esempio, servono a mala pena a coprire i pannolini. Piuttosto deve prendere in mano le cesoie e sforbiciare le tasse. Servono detrazioni a pioggia per tutte le spese fatte per i bambini: dalle scuole alle baby sitter, dall’acquisto dell’auto alle rate del mutuo. Servono anche nuove politiche per il lavoro che assicurino la copertura della maternità fino ad almeno il termine dell’allattamento e che favoriscano un lento re-inserimento della mamma in ufficio. Ovviamente, senza penalizzare lo stipendio a fine mese. Ci vorrebbe, insomma, una flat tax per le famiglie. Che aumenti progressivamente sulla base del numero dei figli. Solo così potremmo ridare fiato alle famiglie e far tornare a crescere l’Italia.

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