In tempo di Avvento molti preti si riscoprono politici. E la politica entra di prepotenza nella Natività snaturando il significato del Natale e di quella Sacra Famiglia che nella grotta di Betlemme ha trovato riparo e dove la Madonna ha dato alla luce Gesù. Nelle ultime settimane se ne sono viste e sentite di tutti i colori: parroci che invitano a non fare il presepe in segno di protesta al decreto Sicurezza, strutture che piazzano Gesù su un barcone di immigrati, preti che buttano Giuseppe, Maria e Gesù in mezzo ai rifiuti e arcivescovi che, durante l’omelia per la Messa di Natale, si mettono a fare la predica a favore dell’accoglienza.

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In tempo di Avvento ne abbiamo viste davvero di ogni. Persino un presepe vivente, quello organizzato ad Annone Veneto, piccolo comune della città metropolitana di Venezia, che alla sua 17esima edizione decide di mettere “in scena” solo persone di colore. Persino gli angeli. Ieri, giorno di Natale, una chiesa della provincia di Genova ha addirittura indetto uno sciopero chiudendo i battenti. Tutto per smuovere gli animi a favore dell’accoglienza e, ovviamente, fare polemica. Polemica contro Matteo Salvini che, dalle invettive di molti sacerdoti alla copertina di Famiglia Cristiana in cui veniva paragonato al diavolo, è finito per essere il bersaglio principale di una certa chiesa “di sinistra”. Immancabili, poi, non sono mancati certi vandali cretini che a Udine hanno rovinato, con scritte ingiuriose, la Sacra Famiglia.

A polarizzare lo scontro sono state certe del ministro dell’Interno: dal pugno duro per fermare l’immigrazione clandestina alle espulsioni dei clandestini, dal decreto Sicurezza agli sgomberi di palazzi occupati e campi abusivi. “Una immigrazione sotto controllo garantisce i diritti sia degli italiani sia degli immigrati – ha sempre risposto Salvini – l’immigrazione degli anni scorsi porta invece caos, razzismo e scontro sociale. L’unico antidoto al razzismo è riportare il rispetto delle leggi, delle regole, controllare chi entra e chi esce da questo Paese”. Eppure i preti di strada – quelli, per intenderci, che apprezzano più l’ideologia che la teologia – lo additano come il male assoluto. “Nolo lo stimo”, dicono. “È un razzista”, accusano. E pur di andare contro di lui hanno trasformato la narrazione del Natale in una crociata buonista a favore dell’accoglienza.

E così, mentre le feste e le canzoni di Natale venivano censurate per non urtare la sensibilità di studenti e famiglie di altre religioni, molti uomini hanno preferito guardare altrove. Si sono dati alla propaganda politica, appunto, trasformando (per esempio) il viaggio per il censimento in una migrazione e tralasciando per strada il lieto annuncio. Non serve, dunque, che ci addentriamo nelle pieghe della teologia per capire che mettersi a fare politica col presepe o con le recite di Natale è solo una gran mascalzonata. Perché come ebbe a dire Peppone mentre gli tornava alla mente il figlio che, prima di andare a dormire, ripassava con la madre la poesia di Natale: “Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica! Anche quando comanderà la democrazia proletaria le poesie bisognerà lasciarle stare. Anzi, renderle obbligatorie!”.

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