“Come non rendersi conto che alcune prerogative usate per definire populisti Salvini e Di Maio hanno albergato, più o meno clandestinamente, in Berlusconi prima e in Renzi poi?”, si chiede Enrico Letta nel suo ultimo libro Ho imparato. “Il modo in cui le classi dirigenti hanno reagito all’ascesa di nuovi gruppi politici negli ultimi anni – pervicace attaccamento al potere, poi inerzia, o chiamata alle armi da partigiani sulle montagne via tweet – ha contribuito a incancrenire il conflitto”. Nelle ultime settimane le élite europeiste si sono lasciate contagiare da un ambiguo desiderio di autocritica. Non sono in molti a farlo, ma la tendenza sta contagiando alcuni protagonisti di una stagione grigia per l’Europa e per gli Stati che vi fanno parte. Dietro a questo smarcamento, però, non credo ci siano sinceri mea culpa, quanto piuttosto tentativi, più o meno grossolani, di sopravvivere a un’ondata di cambiamento che sta travolgendo il mondo intero.

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Le elezioni europee sono dietro l’angolo. Il risultato non è scontato, ma molti analisti si aspettano l’exploit delle forze anti sistema. Cosa abbia portato al disgregamento dei partiti tradizionali è ora argomento di discussione di quelle stesse élite che negli ultimi anni hanno contribuito maggiormente alla disaffezione dell’elettore. Il primo a dare il via alla corsa dei mea culpa è stato uno dei pasdaran della linea dura del rigore: il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Durante la cerimonia per festeggiare i vent’anni della moneta unica, non si è fatto troppi problemi ad asserire che in passato “c’è stata dell’austerità avventata”. Con la Grecia, per esempio. “Non siamo stati sufficientemente solidali con i greci”, ha ammesso. Salvo poi rimarcare l’essenzialità delle riforme strutturali imposte dall’Unione europea e rivendicare che questo ha permesso ad Atene di ritrovare “se non un posto al sole”, almeno “un posto tra le antiche democrazie europee”. Ora che i danni sono stati fatti, fa sorridere sentire certe parole provenire da chi, fino a qualche mese fa, si accaniva contro l’Italia nel braccio di ferro sui decimali legati alla manovra economica.

La seduta di autoanalisi di Juncker difficilmente spingerà le élite a rivedere le regole per evitare che certi errori vengano ripetuti nuovamente. L’obiettivo è sopravvivere a un mondo politico che sta cambiando radicalmente. In Italia il risultato delle elezioni del 4 marzo è stato, per molti, una doccia gelata. Come prima lo erano state la Brexit e la vittoria di Donald Trump. Il timore di questi soloni, oggi, è di perdere, alla tornata elettorale di maggio, altre porzioni di potere. “Negli ultimi vent’anni siamo stati troppo innamorati della globalizzazione e delle nuove tecnologie”, si lamenta Carlo De Benedetti che, in una intervista al Sole 24Ore, vede in Tony Blair e nel “bipolarismo che ha contagiato la sinistra europea” l’origine di ogni male. Secondo Ernesto Galli della Loggia le élite tradizionali fanno “sempre più fatica a comprendere, e quindi a rappresentare, ciò che non da oggi sta prendendo forma negli strati profondi delle società occidentali”. In realtà, io credo che molti abbiano capito molto bene che il terreno gli sta franando sotto i piedi e che quest’ondata di autocratica sia solo un estremo tentativo di autoconservazione.

Non tutti hanno bisogno di servirsi dei finti mea culpa per rimanere a galla. Difficilmente, infatti, arriverà un pentimento da parte di un altro ultrà del rigore: il commissario europeo per gli Affari economici, Pierre Moscovici. Per lui, come scritto giovedì da Le Figaro, il presidente francese Emmanuel Macron, ai minimi storici per gradimento, ha già pronta la poltrona di presidente della Court des comptes. Un premio in piena regola elargito per aver respinto l’assalto del governo italiano alle regole comunitarie da chi, con l’aiuto della stessa élite europea, solamente qualche anno prima era riuscito a fermare l’avanzata della destra nazionalista di Marine Le Pen ma che oggi difficilmente riuscirebbe nella stessa impresa.

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