Un tempo c’erano i girotondini. Oggi abbiamo a che fare con i pesci lessi. Per protestare contro Matteo Salvini e i porti chiusi ai barconi carichi di immigrati clandestini, i soliti radical chic rossi di casa nostra si sono inventati l’ennesima raccolta firme con l’ennesimo sit in davanti a Montecitorio. I capi popolo, a questo giro, sono Luigi Manconi e Sandro Veronesi, ma a sottoscrivere l’iniziativa sono sempre gli stessi benpensanti di sinistra. Da Elena Ferrante a Luciana Littizzetto, passando per Michele Serra, Roberto Saviano, Gad Lerner, Roberto Benigni e così via. Sono proprio quei nomi che ti aspetteresti di trovare tra gli oltre settemila firmatari che sognano “una commissione di inchiesta sulle stragi nel Mediterraneo” per arrestare (in tutti i sensi) il leader leghista.

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Davanti alla costa siciliana c’è una nave, la Sea Watch 3, che se ne è bellamente infischiata delle leggi ed è andata a recuperare 47 immigrati direttamente in acque libiche. Nell’Unione europea ci sono due Paesi, l’Olanda e la Germania, che, nonostante la nave su cui si trovano i clandestini batta bandiera olandese e appartenga a una Ong tedesca, se ne infischiano altrettanto bellamente di farsi carico dell’emergenza. Niente di nuovo, per carità. Solo che da otto mesi a questa parte finiscono per sbattere il grugno contro il portone del Viminale. I porti restano chiusi e nessuno entra. E questo non piace ai vertici dell’Unione europea. E tanto meno alla sinistra italiana che oggi è scesa in piazza e in mare per “liberare gli ostaggi”. Ma qui gli ostaggi siamo noi.

Ostaggi dei soliti radical chic che occupano talk show, programmi radiofonici, eventi culturali e così via, ma che non rappresentano (e mai l’hanno rappresentata) la pancia della gente. A vederli sfilare in tv sembrano tanti, ma poi si parlano solo tra di loro. Alla raccolta firme “Non siamo pesci”, organizzata col collettivo #corpo, hanno risposto in settemila. Peccato che i sondaggi dimostrino che, dopo anni di lassismo e porti aperti, gli italiani preferiscano la linea dura. Quei settemila chiedono al governo non solo di “offrire un porto sicuro in Italia alla Sea Watch” ma anche di “consentire alle navi militari e alle Ong di poter intervenire” nel Mediterraneo. Peccato che questa linea, sconfessata dalle urne dell’anno scorso, abbia solo contribuito a incancrenire un’emergenza che i precedenti governi di sinistra hanno favorito e che Bruxelles non ha mai voluto risolvere. Forse anche per questo dei settemila firmatari, a far sentire le proprie ragioni davanti a Montecitorio si sono presentati in poche centinaia.

E, mentre i radical chic si davano appuntamento davanti alla Camera, una delegazione dem ha solcato il Mediterraneo bissando il blitz di ieri. Anche qui i soliti noti: Maurizio Martina, Matteo Orfini, Davide Faraone e via dicendo. Hanno raccontato di essere saliti a bordo della Sea Watch per “verificare le condizioni” dei 47 immigrati “da troppo tempo ostaggio” del governo. In realtà, lo hanno fatto ad uso esclusivo delle telecamere, probabilmente per cercare di recuperare qualche pugno di voti. Il loro sogno è riuscire a portare alla sbarra Salvini per processarlo, proprio come sta succedendo per il caso della nave Diciotti. Perché i dem, esattamente come i radical chic in piazza a Roma, si credono il meglio del Paese e vogliono liberarlo dai barbari. Così tengono la maggioranza degli italiani in ostaggio della loro ideologia. Come hanno sempre fatto, d’altra parte.

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