In questi giorni è tornato centrale il caso della Diciotti, la nave della Guardia Costiera a cui lo scorso agosto Matteo Salvini aveva impedito lo sbarco nel porto di Catania per evitare che l’Italia dovesse farsi carico di altri immigrati (177 per l’esattezza) arrivati dalla Libia. Nonostante la procura guidata da Carmelo Zuccaro avesse disposto il non luogo a procedere, contro il vicepremier leghista si è accanito il tribunale dei ministri che lo vuole processare a tutti i costi. A dare l’autorizzazione dovrà essere la Giunta per l’immunità, intanto però la sinistra lo ha già condannato per “sequestro di persona”.

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Quello che i buonisti non vogliono vedere, per convenienza, è che lo sbarco di agosto della Diciotti, come quello della Sea Watch 3 di oggi, è solo il terminale di una infinita concatenazione di mancanze e colpe che, con la politica dei porti chiusi, Salvini sta provando a interrompere una volta per tutte. Proviamo a metterle in fila per cercare di fare chiarezza su quanto sta accadendo:

  1. Le partenze dalla Libia sono sì l’inizio delle navigazione verso il Vecchio Continente, ma sono anche la fine di una traversata (più o meno lunga) attraverso Paesi africani altamente instabili. In alcuni di essi operano eserciti europei (tra questi c’è anche quello francese) che lasciano passare i clandestini, sapendo che il loro obiettivo sono i porti libici per arrivare in Italia;
  2. dalle coste del Nord Africa partono imbarcazioni che i trafficanti di uomini riempiono oltre i limiti di capienza. L’obiettivo è proprio cercare l’incidente per chiedere l’intervento di Ong e navi della missione europea. In molti casi, però, l’sos viene lanciato quando non ci sono ancora problemi, proprio per farsi “rimorchiare” fino a un porto europeo;
  3. le regole su cui operano le Ong non sono affatto chiare: si barcamenano tra la legalità e l’illegalità perché sanno che nessuno ha veramente il coraggio di bloccarle. E, per questo riescono ad arrivare a recuperare gli immigrati fin davanti alle coste libiche;
  4. le navi delle Ong non collaborano con la Libia e, in alcuni casi, si intromettono pure nei soccorsi per “sottrarre” i migranti alla Marina libica;
  5. l’operato delle Ong arricchisce i trafficanti di uomini che hanno smesso di impiegare grosse imbarcazioni e hanno preso a mettere in mare barconi fatiscenti e con poca benzina. Tanto sanno che vengono recuperati nel giro di breve;
  6. prima di arrivare in Italia, le navi delle Ong passano vicino a porti sicuri, come quelli tunisini e maltesi, che vengono volutamente ignorati;
  7. la Sea Watch 3 batte bandiera olandese ma l’organizzazione non governativa a cui appartiene è tedesca. Eppure i 47 migranti recuperati due settimane fa non sono stati portati né in Germania né in Olanda. Accade sempre così: nessuna Ong che opera nel Mar Mediterraneo è italiana, ma cercano tutte di attraccare in uno dei nostri porti;
  8. stando agli ultimi dati pubblicati a dicembre dal Viminale, l’82% dei migranti, che sbarcano in Italia, non ha diritto all’accoglienza, eppure non può essere respinto in mare. Una volta messo piede nel nostro Paese, inizia una trafila infinita per arrivare (quando possibile) all’espulsione;
  9. la redistribuzione di chi ha diritto allo status di rifugiato è un bluff: nonostante gli accordi con l’Unione europea, nessuno stato membro rispetta le quote pattuite e i migranti restano in Italia e in Grecia;
  10. politicamente l’Italia è stata lasciata da sola a gestire l’emergenza immigrazione. I precedenti governi targati Pd hanno barattato la flessibilità economica in cambio di un’accoglienza indiscriminata, pur essendo a conoscenza della difficoltà di ricollocare i migranti e di espellere i clandestini. Non a caso si sono inventati i permessi umanitari. Finché la bolla non è scoppiata.

Chi nasconde queste dieci verità e punta il dito contro chi vuole spazzare via questa filiera del malaffare, non vuole regolamentare l’immigrazione ma cavalcarla per un proprio tornaconto. Che può essere economico o politico.

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