“Siete diventati il fanalino di coda dell’Europa”. È stato il leader dei liberali dell’Alde, il belga Guy Verhofstadt, a dare il via al tiro a segno contro Giuseppe Conte che martedì scorso si è trovato a dover parlare in un Europarlamento a dir poco ostile. Sono volate critiche pesanti, e perfino qualche insulto di troppo (“Sei il burattino di Salvini e Di Maio”). Posizioni che non aiutano certo a distendere il clima e a favorire il dialogo. Anzi. Ma è proprio dal fondo della classifica – da fanalino di coda, appunto – che quest’Italia scassata guarda un’Europa che va inesorabilmente in frantumi.

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Mentre le agenzie di rating e i principali investitori scommettono contro l’Italia, la crisi serpeggia in tutto il Vecchio Continente. Appena otto mesi dopo la caduta di Mariano Rajoy, la Spagna è squassata dall’ennesimo terremoto politico che porta il Paese alle dimissioni di Pedro Sanchez e ad elezioni anticipate. Madrid affronterà un’altra tornata elettorale incerta che, per assicurarsi la maggioranza, obbligherà i popolari a fare accordi con Ciudadanos e l’estrema destra di Vox assicurando nell’immediato futuro nuove turbolenze. Le stesse incertezze sono vissute dai francesi che devono fare i conti con un presidente (Emmanuel Macron) che è in rotta di collo nei consensi e non riesce a frenare le proteste dei gilet gialli. In Germania, invece, Angela Merkel si trova a dover fronteggiare un altro tipo di crisi: stando ai dati pubblicati ieri, la prima economia d’Europa non è entrata in recessione tecnica solo per un pelo. Solo un anno fa una frenata del genere sembrava impensabile, oggi spaventa Berlino e tutti i partner Ue.

Nessuno se la passa un granché. Eppure sono tutti pronti a puntare il dito. Persino Verhofstadt preferisce insultare Conte piuttosto che fare i conti col suo Belgio, un Paese devastato dalle continue crisi politiche (con i fiammighi che chiedono a gran voce la secessione) e costretto a vivere con lo spettro dell’islamismo. Per gente come il leader dei socialisti, il tedesco Udo Bullmann, l’unico problema è il “viso inumano” mostrato dal governo gialloverde nella gestione degli immigrati. Certo, l’Italia ha problemi enormi. Nessuno può nasconderlo. E nessuno vuole farlo. Ma finché ognuno si arroccherà sul proprio freddo scranno, non si produrranno che effetti distruttivi. Per questo il colpo di coda del presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, che ha cambiato le regole per permettere ai commissari uscenti di far campagna elettorale, appare come un disperato tentativo di salvare lo status quo di un potere che si è ormai logorato. Dobbiamo, quindi, aspettarci nuove sortite anti italiane da parte di gente come Pierre Moscovici, Valdis Dombrovskis o Gunther Oettinger che in passato si sono dimostrati tutt’altro che super partes? Da qui alle elezioni europee tutto è possibile.

Le dimissioni di Sanchez segnano la capitolazione dell’ultima bandiera piantata dai socialisti in Europa. E il fallimento di Macron, tanto sbandierato del liberale Verhofstadt, rilette anche la perdita di slancio degli ultrà europeisti alla Renzi. Resta, a destra, il blocco di chi vuole sedersi a Bruxelles per provare a rivedere le regole. Un fronte che potrebbe unire i sovranisti con i popolari, che si confermano primo partito ma che sono desiderosi di cambiare questo modello di Unione europea. I contatti ci sono, e potrebbe partire da loro quest’inversione di rotta. Con la coscienza che come è stato fatto fin qui non va affatto bene.

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