C’è forse un collante migliore dello ius soli per una sinistra in cerca di rimettere insieme le macerie lasciate da Matteo Renzi? Probabilmente no. E così, complice Repubblica che fa da gran cassa, i notabili piddì hanno sviato l’attenzione dall’attentato allo scuolabus per una battaglia che è già stata bocciata in passato dal parlamento e dagli italiani. D’altra parte la riforma della cittadinanza, che i progressisti hanno in mente per accaparrarsi i voti degli immigrati, si sposa molto bene con la violenta crociata a favore dell’accoglienza che i dem stanno mettendo in campo per provare a contrastare la dilagante presa che Matteo Salvini ha sugli italiani.

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Il dibattito sullo ius soli, però, è solo fumo negli occhi. A tirarlo fuori è stato Khalid Shehata, padre di Rami, il 13enne che con il cellulare ha avvertito i carabinieri sventando così il folle piano di Ouesseynou Sy di incendiare lo scuolabus con 51 bimbi a bordo. Vuole per il “figlio eroe” la cittadinanza in regalo. Certo, la scaltrezza del giovanissimo ha permesso di salvare molte vite ma è stato un riflesso dettato dallo spirito (del tutto umano) di autoconservazione. Ha sì salvato i compagni di classe, ma ha soprattutto salvato se stesso. Eppure l’opinione pubblica ha strumentalizzato la cronaca per rimettere al centro del dibattito politico un tema che speravamo non dover toccare a lungo: lo ius soli, appunto. Ecco perché da nessuna parte viene fuori che Rami non ha fatto tutto da solo. Al suo fianco c’era un altro ragazzino: Ricky. Lui, però, è italiano. E quindi non fa notizia.

“Uno dei telefoni, quello di un mio compagno, è caduto a terra – ha raccontato Ricky – allora mi sono tolto le manette, facendomi anche un po’ male, e sono andato a raccoglierlo e abbiamo chiamato i carabinieri”. L’Arma, appunto. Si sono gettati all’inseguimento dello scuolabus dirottato, gli hanno tagliato la strada e hanno lottato a mani nude per liberare i bambini dalla furia del terrorista senegalese. Anche loro sono stati presto dimenticati. E di quel maledetto mercoledì mattina è rimasto un solo eroe. Non voglio assolutamente sminuire quanto ha fatto Rami, ma la crociata del Pd suona bieca e drammatica proprio se si analizza con onestà intellettuale la vita di Ouesseynou Sy che la cittadinanza italiana l’aveva eccome. Eppure questa non lo ha vaccinato dall’odio nei confronti del Paese che lo aveva ospitato.

“Davvero la cittadinanza vuol dire integrazione?”, si è chiesto Toni Capuozzo nei giorni scorsi. E la risposta è “no”. Ouesseynou Sy era cittadino italiano, sposato con una italiana, da cui ha avuto due figlio e poi ha divorziato. Da almeno quindici anni lavorava per la società a cui ha sequestrato lo scuolabus per compiere una strage nell’aeroporto di Linate. Prima dell’attentato, molto probabilmente, qualche buonista lo avrebbe addirittura potuto prendere a modello di integrazione. Tutti questi anni passati in Italia, eppure era (e resta) convinto che le morti nel Mar Mediterraneo siano colpa degli italiani e non degli scafisti e, soprattutto, che cinquantun ragazzini possano essere sacrificati in nome della sua cieca ideologia. Tutto questo dovrebbe far risuonare un campanello d’allarme nelle teste dei dem che oggi chiedono a gran voce di regalare la cittadinanza italiana a destra e manca. Non servirà a integrare persone che non vogliono essere integrate. Al contrario svelerebbe, ancora una volta, la nostra debolezza nel far rispettare le leggi, prestando il fianco a chi ci vede come una facile terra di conquista.