La proprietà privata è inviolabile. Laddove questa finisce inizia il bene pubblico. Che, a mio avviso è altrettanto inviolabile. C’è un acronimo inglese che ben definisce questo concetto. È “nimby”. Not in my backyard, letteralmente “non nel mio cortile”, indica qualsiasi protesta da parte di membri di una comunità locale contro opere pubbliche sul proprio territorio. Proteste che verrebbero meno qualora l’amministrazione dovesse decidere di farle in un altro quartiere. Le ragioni dei residenti di Torre Maura, il quartiere che si è infiammato quando il sindaco Virginia Raggi ha deciso di piazzare una sessantina di rom nell’ex Sprar di via Codirossini (video), sono le stesse che muovono qualsiasi cittadino a scendere in piazza quando vede sorgere nel proprio quartiere nuovi campi nomadi, centri di accoglienza e persino centri islamici.

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“La protesta – dicono a Torre Maura – è stata spontanea, ed è montata quando è cominciata a girare la voce che stavano arrivando i rom”. I residenti si sono, infatti, trovati di fronte al fatto compiuto. “Si ricordano di noi solo quando c’è da scaricarci addosso i problemi”. Eppure sono passati tutti quanti per “fascisti e razzisti”. La protesta è montata ed è innegabile che ci siano stati degli eccessi, come quello di gettare il cibo in strada per non farlo arrivare ai nomadi (video). A volte, però, per riuscire a farsi sentire certi eccessi sono purtroppo necessari. A patto che non sfocino mai nelle violenze. Non si può, dunque, liquidare un’insofferenza reale facendo passare semplici residenti, che hanno le tasche piene di sentirsi trattati come cittadini di serie B, in picchiatori di estrema destra. “Parlare di razzismo oggi per fenomeni come questi è un abuso linguistico – ammette il sociologo Luca Ricolfi in una intervista alla Verità – si dice razzista per dire ‘spregevole e di destra’. La gente di Torre Maura – continua – è semplicemente esasperata dall’assenza delle istituzioni e indignata per la superficialità con cui esse scaricano i propri problemi sulla povera gente”.

“Le palazzine dove viviamo – spiegano i residenti – sono tutte spaccate e per la manutenzione del verde ce la dobbiamo sbrigare da soli, al Comune non importa nulla di noi”. Prima che arrivassero i rom, la struttura ospitava un centro di protezione per richiedenti asilo (Sprar). Quella di Torre Maura è una delle tante periferie, romane e italiane, sulle quali vengono scaricati i problemi dell’intera città. Da una parte i campi nomadi dovrebbero essere gradualmente superati obbligando chi li abita a integrarsi col resto della comunità, comprando o affittando uno stabile e pagando le utenze, dall’altra il Comune dovrebbe impegnarsi a fare rispettare sempre la legge garantendo la sicurezza a tutti gli abitanti. Le barricate dei residenti di Torre Maura non sono esplose tanto per l’arrivo dei sessanta rom quanto piuttosto le ricadute che questa decisione avrebbe avuto sul quartiere. “Ho tre figli giovani – spiega uno che lì ci abita dal 1998 – se loro rimangono non potranno più uscire di casa… oggi ci facevano il dito medio dalle finestre. È già sparita una bicicletta nel cortile sotto casa mia”. Contro la percezione di insicurezza non si può far nulla. Se non facendo costantemente sentire ai cittadini, la presenza dello Stato. “Se proteggo il portafoglio quando sale una zingara su un tram non è perché penso che tutti i rom siano ladri o che il popolo rom sia geneticamente inferiore – argomenta Ricolfi – è solo perché penso che il rischio di essere derubato stia improvvisamente schizzando verso l’altro”. Tutta statistica, insomma. Nulla a che vedere con il razzismo.

È sacrosanto che un’amministrazione decida sulla destinazione e l’ubicazione delle opere pubbliche, ma deve innanzitutto valutare l’impatto che queste possono avere sulla popolazione. Se in futuro le Giunte non avranno questa accortezza e continueranno a scaricare sulle periferie tutti problemi, le rivolte che abbiamo visto a Torre Maura o in passato a Cona non saranno più episodi isolati.

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