È il solito stanco rito del 25 aprile, con la vagonata di retorica che questo Paese riesce sempre a propinarci in determinate situazioni. Niente di nuovo. Gli scontri (verbali) tra anti fascisti e neo fascisti, le liti sulle sfilate, gli insulti alla Brigata Ebraica, le provocazioni dei movimenti di estrema destra e così via. L’unico elemento di novità è che oggi l’antifascismo militante sogna la Liberazione dal “fascista” Matteo Salvini. Non gli va proprio giù che sieda al governo.

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Ministro dell’Interno, quindi capo di tutti gli “sbirri”. Già questo basterebbe a Anpi e compagni per riversargli addosso tutto l’odio possibile. Se poi ci aggiungiamo che è il leader di un partito sovranista (a detta loro xenofobo, islamofobo e omofobo), che ha chiuso i porti agli immigrati, che ha tagliato i fondi alle cooperative, che ha sgomberato i centri sociali dai palazzi occupati, che ha oltre il 30% dei consensi del Paese, ecco che la piazza del 25 aprile, l’Anpi e i soliti intellettuali rossi si sono trovati un nuovo “dittatore” da abbattere. Lo ha detto chiaramente il presidente dell’Anpi di Roma, Fabrizio De Sanctis, parlando dal palco di Porta San Paolo a Roma: “I geni del populismo sono nei dittatori del passato. Erano i progenitori dei populismi di oggi: i duci”.

Da sempre il 25 aprile è una ricorrenza che appartiene unicamente alla sinistra. Nessuno può avvicinarsi, se non ha un certo dna. A stabilire chi è dentro e chi è fuori è l’Anpi, un’associazione che al suo interno non può più avere (per ragioni anagrafiche) molti partigiani ma che continua a tesserare antifascisti instillando odio ora contro questo, ora contro quello. E così, oggi come allora, ecco un Paese profondamente smembrato in fazioni contrapposte. C’è quella dei vari Roberto Saviano e Andrea Camilleri, che si permettono di insultare un ministro (“mediocre senza qualità” e “ignorante”) solo perché non la pensa come loro, o dei Luigi Di Maio e Roberto Fico, che si arrogano il diritto di stabilire come si deve passare la giornata del 25 aprile, o dei partigiani facinorosi che fischiano il sindaco Virginia Raggi e insultano la Brigata Ebraica, perché non li vogliono a sfilare insieme a loro. C’è, poi, quella dei blitz in piazzale Loreto per rendere “onore a Mussolini” o dei raid contro le le targhe dei partigiani per infangarne la memoria. E, infine, c’è il resto del Paese che vorrebbe guardare avanti, lasciandosi il passato alle spalle. Senza cancellarlo, per carità, ma iniziando a studiarlo con maggiore obbiettività e provando, dopo decenni, a sanare quella frattura che ha versato troppo sangue e sparso troppo odio.

Oggi, come spiega giustamente Marcello Veneziani, l’antifascismo è tenuto in piedi unicamente con uno scopo politico: attaccare il nemico del momento. Prima era Silvio Berlusconi, oggi è Matteo Salvini. L’odio rosso si rinnova negli anni e per alcuni giorni riporta in vita la “guerra civile” che fu, trovando la sponda di chi, ancora oggi, non ha il coraggio di ammettere cosa è stato realmente il 25 aprile.

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