Ma davvero le idee fanno ancora paura? È mai possibile che si sia così ideologizzati da voler estromettere un editore dal Salone del Libro di Torino solo perché questo si definisce “sovranista” e edita scrittori, opinionisti e saggisti di destra? È drammatico, ma sì. L’editore Altaforte ha avuto l’ardire di mettere piede nel regno rosso dell’editoria e farsi un suo stand al Lingotto scatenando l’odio e le ripicche dell’intellighenzia di sinistra.

Presentazione spettacolo Accabodora

Da sempre la cultura è ad appannaggio loro. Non ti fanno nemmeno entrare in quel circolo privato di pensatori, ideologi e opinion maker. Pur non rappresentando minimamente il popolo, si sentono padroni del sapere comune. Francesco Polacchi, editore di Altaforte, non è uno di loro: si dice tranquillamente “sovranista”, pubblica libri sul fascismo e, più in generale, sul pensiero destrorso e viene accostato a CasaPound. Il diavolo, insomma, per quelli che al Lingotto bazzicano da anni. Se ci aggiungiamo che adesso è uscito in libreria con Io sono Matteo Salvini, una lunghissima intervista scritta dalla giornalista Chiara Giannini sulla base di cento domande poste al ministro dell’Interno, l’epurazione dal Salone del Libro era già scritta sulla carta. E così, uno dopo l’altro, i soliti radical chic dei circoletti rossi sono usciti allo scoperto per pestare duro contro il “fascista”. Il primo ad aprire le danze è stato il collettivo Wu Ming, poi è a cascata i soliti noti che dettano legge nei premi letterari, nei talk show, nei salotti buoni: lo storico Carlo Ginzburg, il vignettista Zerocalcare, la presidente dell’Anpi Carla Nespolo, gli scrittori Michela Murgia e Christian Raimo e qualche parlamentare in cerca di visibilità.

I toni sono da Anni di Piombo. “Mi è impossibile pensare tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli – dice Zerocalcare boicottando l’evento – incrociarli ogni volta che sia tutto normale”. “Non lascerò ai fascisti lo spazio fisico e simbolico del più importante appuntamento editoriale italiano”, fa eco la Murgia che al Lingotto è invece presente. C’è chi boicotta e chi no. Ma tutti picchiano con violenza. Non possono proprio tollerare la presenza di un editore che la pensi diversamente da loro e che pubblica saggi sul razzismo contro i bianchi, sulla morte dei popoli e sull’inganno antirazzista; graphic novel sulle foibe, su Jan Palach e Louis-Ferdinand Céline; il mensile “Primato nazionale” che prende di mira proprio personaggi come la Murgia e compagnia cantante.

Nessuno di questi radical chic si è mai sognato di protestare con Altoforte. Almeno non prima che questo si presentasse al Salone del Libro. Finché un editore di destra (o sovranista, a dir si voglia) se ne sta, reietto, nel sottoscala dell’industria letteraria non c’è alcun problema. Ma, appena approda sull’Olimpo dei pensatori progressisti, non può che essere sbattuto giù. Anche con la forza, se serve. Perché quel mondo lì è solo loro e non può essere contaminato. Una riserva indiana dove le élite possono gloriarsi, lontano dal popolino ignorante e destrorso.

Sia chiaro, il Salone è solo un episodio, ma è ovvio che si tratta di un pretesto. Non solo la cultura mainstream non vuole che sia “sporcato” il Lingotto, ma nessuno vuole che queste idee abbiano spazio. Non dare visibilità agli editori “diversi” è la stessa cultura che ha negato per anni visibilità a un mondo cui si chiedeva di “tornare nelle fogne”.

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