Le lenzuola calate dai balconi. Gli antagonisti e i centri sociali in piazza a prendersela con le forze dell’ordine. I progressisti nei talk show a lanciare l’allarme fascismo. Le élite europeiste a fare appelli per fermare l’avanzata populista. E i vescovi dai pulpiti a tuonare contro chi affida la propria campagna elettorale al sacro rosario. Tutti contro Matteo Salvini. E tutti con le ossa rotte all’indomani delle elezioni europee.

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Lo strabiliante 34% incassato dalla Lega alle elezioni europee non racconta tutto il successo di Salvini al termine di una campagna elettorale violentissima, segnata da colpi bassi e attacchi sproporzionati. A farne le spese, però, sono stati quelli che hanno pestato più duramente contro il vice premier leghista. Come i buonisti, i fan dell’accoglienza e i professionisti dell’immigrazione. Tutti a bocca asciutta. Lo dimostrano i numeri a Riace e a Lampedusa. Nella terra di Mimmo Lucano, il sindaco finito a processo per aver fatto carte false per far restare in Italia stranieri senza permesso di soggiorno, il 30,75% degli aventi diritto ha barrato il simbolo del Carroccio, mentre nell’isola “frontiera d’Europa”, simbolo degli sbarchi sulle coste italiane, si arriva addirittura al 46%. Percentuali bulgare se si pensa che dei 1.361 consensi espressi, ben 410 sono andati al vice premier leghista. A riprova del fatto che, come fa notare lui stesso, “la richiesta di una immigrazione limitata e controllata non è solo un capriccio di Salvini”.

Eppure a sentire i soliti radical chic alla Roberto Saviano, tutto il Paese stava dalla parte di Lucano. Per lui la sinistra aveva organizzato manifestazioni e sit in, Fabio Fazio gli aveva messo a disposizione i microfoni di Che tempo che fa e l’intellighenzia rossa aveva speso fiumi di parole in sua difesa. Un vero e proprio abbaglio. Che si riflette nella “tranvata” presa a Capalbio dove la Lega ha incassato il 47,25% dei voti. Più del doppio rispetto al Pd che ha dovuto accontentarsi del 21,45%. Un voto che, sebbene arrivi da una realtà piccola, ha un alto valore simbolico. E non certo perché qui è solito trascorrere le proprie vacanze estive il segretario piddì Nicola Zingaretti. Anche in quella che è da sempre la culla del progressismo italiano, lo spaccamento tra élite e popolo è ormai netto e consolidato. Nessuno ha creduto alla panzana dell’onda nera, nessuno ha abboccato all’allarme del populismo anticamera del nazismo. E così anche lì i dem sono rimasti col cerino in mano. Come è successo nelle periferie d’Italia dove erano scoppiate le rivolte contro i rom e contro i migranti. Anche in Val Susa, dove gli antagonisti scendono in piazza un giorno sì e l’altro pure, il partito più votato è la Lega col 33,48. Ancor più del Movimento 5 Stelle, che ha fatto della battaglia No Tav una delle proprie bandiere, e del Partito democratico, che a Torino ha arruolato le madamin contro il governo.

Lo schiaffo più forte, però, lo hanno preso probabilmente certi vescovi che sotto il vessillo della Cei hanno condotto una strenua campagna elettorale contro Salvini. Non accettavano che esibisse i simboli religiosi. In un’Europa, che ha fatto del laicismo il proprio motto e che ha cancellato le proprie radici cristiane per non fare torto alla minoranza islamica, la scelta di Gualtiero Bassetti & Co. è stata a dir poco inappropriata. Lo hanno fatto per colpire il leghista che aveva chiuso i porti e i rubinetti dei fondi per l’accoglienza. E così, dopo essere rimaste a bocca asciutta le varie Caritas locali, è toccato ai porporati. “Ringrazio chi c’è lassù e non aiuta Matteo Salvini e la Lega, ma aiuta l’Italia e l’Europa”, ha detto ieri notte in conferenza stampa ricordando di aver affidato al “cuore immacolato di Maria non un voto ma il destino di un Paese e un continente”.

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