Avrebbe potuto lasciare che la Guardia Costiera libica facesse il proprio lavoro riportando i 53 immigrati clandestini al porto di Zuara. O avrebbe potuto accettare di farli sbarcare in Tunisia, porto sicuro a poche miglia dall’area di recupero. Avrebbe anche potuto evitare il braccio di ferro con l’Italia facendo rotta verso l’Olanda, Paese che le ha dato la bandiera da sventolare sulla nave. Eppure il capitano Carola Rackete non ha fatto nulla di tutto questo. Dopo aver lasciato decine di disperati sotto il sole per due settimane, ha deciso di forzare il blocco e dichiarare guerra a Matteo Salvini e all’Italia.

sea watch

Quella della Sea Watch è stata un’operazione politica in piena regola, messa in piedi apposta per mettere in difficoltà il governo italiano. Sin dall’inizio l’obiettivo era farsi aprire un porto per forzare il blocco imposto da Salvini per fermare, una volta per tutte, gli sbarchi. Una missione sulla pelle degli immigrati che ha infranto svariate leggi e messo a nudo l’incapacità dell’Unione europea di fronteggiare un problema simile. La forzatura di oggi, però, non è come le precedenti operazioni illegali delle varie ong che negli ultimi anni ci hanno riempito le coste di clandestini. La Rackete ha, infatti, deciso di infischiarsene deliberatamente del provvedimento che le è stato consegnato la scorsa settimana dalla Guardia di Finanza e che le intimava “il divieto di ingresso, transito e sosta” nelle nostre acque.

Mai prima d’ora le nostre leggi erano state calpestate in modo tanto plateale. “So cosa rischio…”, ha detto il capitano facendo spallucce quando il Viminale le ha ribadito l’altolà. Al loro arrivo a Lampedusa la Rackete e l’equipaggio saranno denunciati, la nave verrà sequestrata e l’ong si beccherà una multa da 50mila euro. Ma sarà sufficiente? Assolutamente no. Anche il capitano della precedente operazione era stato denunciato a piede libero. E la stessa Sea Watch era già stata sottoposta a un sequestro. Ma a cosa era servito? La multa, poi, troverà subito gli euro dei fan dell’accoglienza che stanno già aprendo i propri portafogli per finanziare l’ong tedesca e aiutarla a saldare le sanzioni.

Queste misure, fino ad oggi, non hanno funzionato. Certo, il pugno duro di Salvini ha permesso di ridurre drasticamente gli sbarchi, ma le organizzazioni non governative hanno continuato a infischiarsene. La dichiarazione di guerra della Sea Watch merita, a questo punto, una risposta tanto ferma quanto dura. Altrimenti altre imbarcazioni si sentiranno in diritto di fare carta straccia delle nostre leggi e di entrare nei nostri porti anche se questi sono stati chiusi. Con la stessa fermezza che lo ha portato a chiudere tutti porti, Salvini deve trovare il modo più efficace per far capire alle ong che non potranno più calpestare le leggi italiane. La Meloni, per esempio, ha chiesto che l’equipaggio venga immediatamente arrestato e la nave, una volta sequestrata, sia affondata come previsto dal diritto internazionale. “Userò ogni mezzo lecito per fermarli”, ha promesso il leader leghista. L’importante è che la sua risposta sia definitiva affinché questo attacco sia l’ultimo. La guerra, quella vera, è appena iniziata…

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