La scorsa settimana si è aperta la crisi di governo. A differenza di altri Paesi europei, che hanno affrontato questa difficoltà permettendo ai propri elettori di tornare alle urne in tempi brevi, in Italia si sono subito fatti sotto gli specialisti del non voto. Il loro obiettivo è prendere tempo, procrastinare il più possibile, tentare nuove alchimie, dare vita a nuovi esecutivi (politici o tecnici, poco importa) pur di conservare uno scranno in parlamento.

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Ora, le strade sono tre: la sfiducia al premier Giuseppe Conte si impantana nel voto contrario di chi sta lavorando a formare una maggioranza alternativa; la sfiducia passa e il capo dello Stato Sergio Mattarella tenta la strada di un governo giallorosso o, peggio ancora, di un esecutivo tecnico, appoggiato – appunto – dagli esperti del non voto oppure indice la data delle nuove elezioni e suona il gong della campagna elettorale. Solo la terza eventualità è auspicabile. Nei primi due scenari ci troveremmo, invece, ad essere governati da “governi ombra”, sostenuti da maggioranze che non intendono fare gli interessi degli italiani ma soltanto i propri. Se così non fosse, infatti, non si farebbero alcun problema a ridare la parola agli elettori. Alcuni campanelli d’allarme ci fanno temere che si possa finire per tentare proprio una delle prime sue strade.

Nell’ultimo anno l’Italia ha provato a imporsi nuovamente sul piano internazionale dicendo una serie di “no” che l’hanno portata a violenti momenti di rottura sia con le cancellerie europee sia coi singoli Stati che ne fanno parte. La chiusura dei porti e le leggi contro l’immigrazione clandestina, per esempio, hanno obbligato Bruxelles a dover gestire un problema che, con la sinistra al governo, era solo italiano. Con il braccio di ferro sui conti, poi, si è aperta la strada verso una prima (timida) riduzione delle tasse. Per alcuni è stato fatto troppo poco, per altri si è trattato del primo passo di un cammino che si sarebbe dovuto sviluppare nell’arco di una intera legislatura. La crisi di governo ha interrotto questo cammino e ora già si torna a parlare di patrimoniale e di riapertura dei porti. Lo strappo di Elisabetta Trenta sulla Open Arms, all’indomani del diktat buonista del segretario dem Nicola Zingaretti a Conte, è un segnale piuttosto inquietante. Che la titolare della Difesa fosse contraria alla chiusura dei porti era noto a tutti, ma ha aspettato la crisi di governo per imporsi. E la decisione di non firmare il divieto di ingresso alla nave della ong spagnola è al tempo stesso una dichiarazione di guerra a Salvini e un colpo durissimo alla tenuta del Paese.

Nei palazzi romani è in atto un grande riposizionamento. Pian pianino stanno uscendo tutti allo scoperto. E non è un caso se i primi a non volere le elezioni anticipate sono i dem, gli stessi che nella passata legislatura sono riusciti a vivacchiare passando da Pierluigi Bersani a Enrico Letta, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni. In quegli anni tre diversi governi (sostenuti sempre dalla stessa maggioranza) hanno ottenuto risultati catastrofici che stiamo pagando ancora oggi: gli indicatori economici sono andati a picco, a livello internazionale abbiamo perso sempre più credibilità, ci siamo fatti del male accodandoci a folli sanzioni, abbiamo aperto le porte a centinaia di migliaia di clandestini. Prima degli esecutivi Pd, poi, ci era toccato pure il tecnico Mario Monti, un esecutivo (costruito a tavolino tra gli uffici di Bruxelles e il Quirinale) che non ha mai fatto gli interessi degli italiani ma ha obbligato il parlamento a votare riforme scritte a braccetto con la Commissione europea.

Vogliamo davvero che l’Italia faccia un passo indietro? Basta guardare chi tira le fila di questa operazione per capire quali pericoli rischiamo di correre. Non è un caso se tra questi ci sono molti piddini che rispondono a Renzi. Qualsiasi inciucio (politico o tecnico che sia) non porterà a nulla di buono.

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