LP_7976867Un anno e rotti. Non è durato tanto l’esperimento gialloverde, nato da una pessima legge elettorale e da un contratto di governo che sin dall’inizio era difficile vedersi realizzato fino alla fine. E così, dopo cinque settimane di duri scontri, il premier Giuseppe Conte ha risposto alla sfiducia presentata dalla Lega dimettendosi. Nel farlo ha addossato tutte le colpe a Matteo Salvini accusandolo di aver “inseguito interessi personali”.

Che Salvini abbia sempre tirato dritto, perseguendo gli interessi del proprio elettorato, è fuor di dubbio. In alcuni casi si è anche visto costretto a cedere su temi che ai propri sostenitori proprio non andavano giù. Lo ha fatto, ovviamente, in virtù di quel contratto sottoscritto con l’alleato Luigi Di Maio. A ben guardare il film di questo ultimo anno, segnato da continui alti e bassi, i veri responsabili della fine del governo Conte vanno ricercati altrove. È vero che la sfiducia è stata presentata dal Carroccio. Ma gli uomini di Salvini hanno reagito allo strappo dei grillini sulla Tav. Quando i Cinque Stelle hanno votato contro, in spregio alle stesse direttive di Conte, il ministro dell’Interno ha colto la palla al balzo e ha rotto. Per molti è stato un azzardo che non porterà a elezioni ma a una nuova maggioranza giallorossa. Persino Giancarlo Giorgetti ha preso le distanze da questa fuga in avanti. In realtà tutto era già evaporato ancor prima che la sfiducia venisse presentata. Tanto che Steve Bannon aveva detto in tempi non sospetti che anche i matrimoni finiscono.

Le colpe, dunque. A mio avviso vanno cercate tra chi oggi sbraita a più non posso. Di Maio è colpevole di non aver mai tenuto i suoi: sebbene alla fine abbiano sempre votato tutti i decreti del governo (anche i più invisi come le due versioni del dl Sicurezza), i grillini non hanno mai mancato di accalcarsi sui giornali per attaccare l’alleato. Dichiarazione sguaiate non hanno fatto altro che alzare la tensione senza produrre risultati. Non solo. I continui “no” dei pentastellati in Consiglio dei ministri e in parlamento hanno bloccato riforme importanti come l’autonomia e messo a rischio investimenti consistenti che dovrebbero contribuire allo sviluppo del Paese. Più volte il ministro Danilo Toninelli ha pericolosamente ammiccato ai No Tav e ai movimenti contrari a qualsiasi infrastruttura. E, se Conte non si fosse dimesso oggi, Alfonso Bonafede avrebbe portato avanti a testa bassa una riforma manettara della giustizia.

La litigiosità nel governo non è stata alimentata soltanto dagli uomini di Di Maio ma anche dai ministri da lui scelti. Una su tutti la titolare della Difesa, Elisabetta Trenta, che ha più volte preso le distanze dalle scelte del Viminale creando all’estero una dicotomia che ha indebolito il Paese. Lo stesso dicasi per Giovanni Tria che, facendo sponda con Bruxelles, ha a più riprese messo i bastoni tra le ruote al taglio delle tasse chiesto dalla Lega.

Lo stesso Conte non può chiamarsi fuori. Lui, che si è sempre definito l’avvocato del popolo, è finito per fare l’avvocato dei Cinque Stelle. Non poteva che concludersi così, questo matrimonio tra partner tanto diversi. Ora però il premier uscente spera in Sergio Mattarella affinché non porti il Paese alle urne e unisca il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico in seconde nozze. Un matrimonio riparatore che farebbe solo il male dell’Italia.

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