Un esecutivo europeista. È stato questo il mantra che, negli ultimi concitati giorni, ha accompagnato la formazione del Conte bis. La provata fede nell’Unione europea non solo era uno dei requisiti imposti dal Quirinale al premier incaricato ma era anche una delle indicazioni che i notabili di Bruxelles hanno fatto arrivare al Nazareno.

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Durante la trattativa tra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico, il nuovo governo ha ricevuto una serie di endorsement che ci aiutano a capire molto bene in quali mani siamo finiti. L’obiettivo di progressisti ed europeisti era evitare a tutti i costi il voto e, quindi, sbarrare la strada a un esecutivo di centrodestra a trazione leghista. Già con i pentastellati alleati, Matteo Salvini si era dimostrato troppo sovranista. Figurarsi cosa sarebbe successo se si fosse trovato a non dover più mediare con Conte e Tria. E così è partito l’assalto al leader leghista.

“Il ritorno dell’Italia a un ruolo da protagonista spiana il campo affinché la nuova legislatura delle istituzioni Ue sia pienamente europeista e segnata dall’unità rispetto al pericolo sovranista”, ha esultato il presidente del Parlamento europeo, il piddino David Sassoli. “Chi voleva distruggere l’Unione si è trovato emarginato – ha continuato – di questo ne sono consapevoli le Cancellerie, le istituzioni Ue e anche da Washington ho avvertito interesse alla stabilità italiana e alla ripresa di una sua attitudine costruttiva in Europa”. Ma chi c’è dietro a questo matrimonio benedetto addirittura da Donald Trump con un tweet? Chi tira davvero le fila di questa operazione che ribalterà pesantemente la linea politica assunta dal nostro Paese nell’ultimo anno? E, soprattutto, perché la scelta del nuovo governo ha interessato tanti leader stranieri? 

Nei giorni scorsi, quando la trattativa sembrava dover fallire, era addirittura intervenuta Angela Merkel in persona con una telefonata al Nazareno (probabilmente a Paolo Gentiloni) per intimargli di “fare il governo con i Cinque Stelle ad ogni costo per fermare i sovranisti”. Come la cancelliera tedesca deve pensarla anche il presidente francese Emmanuel Macron che, sebbene non si sia mai schierato pubblicamente a favore o contro il Conte bis, al G7 avrebbe fatto rientrare il tweet di Trump in una trattativa molto più estesa. È difficile stabilire la veridicità di questa ricostruzione. Sta di fatto che, in un momento di forti tensioni internazionali, anche gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa più compatta. E sicuramente l’intesa sottoscritta dal precedente governo con la Cina non deve mai essere andata giù a Washington.

Tra i supporter dei giallorossi, che ieri hanno subito incassato buone parole dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, possiamo anche annotare acerrimi nemici di Salvini. Due in testa: il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici e il collega al Bilancio Günther Oettinger. In più di un’occasione hanno chiesto per l’Italia “un governo più europeista” per cancellare qualsiasi velleità sovranista dei leghisti. La poltrona che tra tutte più gli premeva era quella di via XX Settembre. E come un anno fa Sergio Mattarella aveva avuto voce in capitolo nella scelta di Giovanni Tria, a questo giro ha fatto di tutto perché si esprimesse un nome che piacesse alle cancellerie europee. Così all’Economia ci è finito Roberto Gualtieri, dalemiano doc che fu tra i negoziatori per conto del Parlamento europeo del Fiscal Compact, il trattato che ha obbligato l’Italia a inserire in Costituzione il pareggio di bilancio. Una figura che ha raccolto subito il plauso del presidente della Bce, Christine Lagarde, che lo ha subito definito “un bene per l’Italia e l’Europa”, e che beneficerà della clemenza dell’Europarlamento. La presidente Ursula von der Leyen (eletta a luglio anche grazie ai voti di Pd e M5s) ha già fatto trapelare che l’Italia, con un governo più europeista, potrà contare su una maggiore flessibilità di quella concessa al precedente esecutivo nell’ultimo anno.   

Perché, dunque, tutto questo interesse? Per evitare un esecutivo sovranista che non avrebbe rispettato i vincoli economici imposti da Bruxelles e che, però, a Strasburgo non ha un gruppo abbastanza forte da poter incidere nelle scelte dell’Europarlamento? Per avere al governo i soliti ultrà dell’accoglienza che riapriranno le frontiere ai barconi e alle navi delle Ong e così tornare a scaricare sull’Italia l’intero problema dell’immigrazione clandestina? Sicuramente per tutto questo. Ma penso anche che i loro obiettivi abbiano un orizzonte leggermente più vasto. Al prossimo governo spetta, infatti, un’infornata di nomine senza precedenti. La prima è già decisa: Paolo Gentiloni sarà commissario europeo. Ma non finisce qui. Se il sodalizio giallorosso dovesse tenere duro fino al 2022 (ed è quello a cui puntano i dem), potranno addirittura scegliersi il nuovo presidente della Repubblica. E il nome che già circola (anche se è estremamente prematuro farlo) è quello di Romano Prodi, un fan sfegatato dell’Unione europea che i grillini avevano già pensato di far arrivare al Colle ma a cui i dissidi interni al Pd avevano precluso la carica più alta del nostro Paese. È lui la figura giusta per bloccare qualsiasi velleità di un possibile futuro governo di centrodestra che potrebbe essere eletto quando ci consentiranno di andare alle urne. Proprio come era stato quando il Pd aveva portato al Quirinale Giorgio Napolitano. E sappiamo come quest’ultimo abbia inciso pesantemente nella politica italiana.

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