Normalizzare l’Italia. È questo l’input che nei mesi scorsi è stato lanciato dalle cancellerie europee alle segreterie del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle. A quel patto scellerato gli sherpa dei due partiti lavoravano da tempo. E pure Giuseppe Conte, che in tempi non sospetti già si consigliava con Angela Merkel su come fare fuori Matteo Salvini, già iniziava a scommettere contro la tenuta dei gialloverdi. Il fine è sempre stato duplice: da una parte mettere in un angolo la Lega, che nei sondaggi era arrivata a tocca il 40% dei consensi, e dall’altra far rientrare l’Italia nell’alveo dei Paesi europeisti.

macron-merkel

Fino a qualche giorno fa i contorni di questo ribaltone erano più torbidi. Oggi è possibile indicare chi ha condotto questa manovra e, soprattutto, svelare gli obiettivi politici dell’intera operazione che hanno una prospettiva molto più ampia di quanto si possa pensare. Ieri sera, durante la trasmissione Otto e mezzo su La7, il ministro all’Agricoltura Teresa Bellanova ha candidamente ammesso che l’accordo tra Cinque Stelle e democratici è stato tessuto a Bruxelles per “dare a questo Paese un presidente della Repubblica che non sia ostile all’Europa”. L’orizzonte è, dunque, il 2022, l’anno in cui scadrà il mandato di Sergio Mattarella al Quirinale. Non è dunque un mistero se tra gli artefici del ribaltone ci siano due politici che guardano con interesse allo scranno del Colle: Romano Prodi e Matteo Renzi. Insieme a Beppe Grillo sono stati i primi a caldeggiare questa operazione di Palazzo. Certo, perché fosse possibile, Salvini ci ha dovuto mettere del suo. E questo è un altro pezzo di un puzzle complicato.

Perché Salvini ha lasciato il Paese nelle mani dei giallorossi? Come già spiegato qui nel loft, la frattura tra i Cinque Stelle e il Carroccio si apre quando Luigi Di Maio fa eleggere, insieme ai dem, Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Ue. Al tempo i rapporti tra le due forze di governo non erano poi così tesi. Eppure Conte ha deciso di tirare dritto e di metterci il carico da novanta. L’elezione di David Sassoli a capo del Parlamento europeo è stata, poi, un ulteriore passo verso la rottura. A quel punto c’è stato l’errore di valutazione di Salvini. Come ha spiegato al Corriere della Sera un importante esponente del Pd, il nuovo esecutivo è nato da “una sfida tra due scommesse: da una parte Salvini, che scommetteva non avremmo fatto in tempo a costruire una nuova maggioranza; dall’altra noi, che a quella maggioranza avevamo iniziato a lavorare, scommettendo a nostra volta che Salvini avrebbe aperto la crisi entro l’estate”.

Gli obiettivi, dunque. Certamente a tutti i livelli c’era l’intenzione di far fuori Salvini. Andare alle elezioni significava consegnargli l’Italia. “Senza questo governo, saremmo in campagna elettorale – ha spiegato Dario Franceschini a Repubblica – avremmo Salvini al Papeete ma all’ennesima potenza, magari a torso nudo a mietere il grano. Solo odio e paura. Ci troveremmo alla vigilia della vittoria della Lega. Da celebrare magari proprio il 28 ottobre”. E così, per raggiungere il proprio scopo, hanno deciso di mettersi nelle mani dei peggiori nemici del nostro Paese che volevano sì sbarazzarsi della Lega, ma il cui obiettivo è sempre stato e sempre sarà manovrare il nostro Paese sullo scacchiere mondiale.

Primi tra tutti Francia e Germania. Con la Merkel il fronte era aperto da tempo, tanto che lo stesso Conte aveva dovuto rassicurare Angela sul reale peso della Lega all’interno dell’esecutivo. Rassicurazioni che avevano rincuorato Angela che – grazie anche allo zampino del Quirinale – ha trovato nell'”avvocato del popolo” un valido alleato. E con lui ha lavorato per “normalizzare” un’Italia che si stava trasformando nel Paese più euroscettico all’interno di un’Europa a trazione tedesca. Situazione non dissimile a quella francese, dove i botta e risposta tra Salvini e Emmanuel Macron avevano raggiunto il livello di guardia. Per Parigi colpire l’Italia gialloverde significava ritrovare un Paese “alleato” dopo mesi di scontri e, esattamente come teorizzato da Berlino, togliersi una spina nel fianco per la propria strategia europea.

Molto più complessa, invece, la partita con l’America. L’ex ministro della Difesa del governo Prodi, Arturo Parisi, ha spiegato che “la vera causa oggettiva che ha spinto e costretto ad un accordo contro l’attentatore di turno” è stata “la necessità di proteggere l’ordine euro-atlantico”. A quanto pare, una parte del sistema americano non era favorevole a Salvini, tanto da sacrificarlo in favore di “Giuseppi”. Ma chi? Il destino del leghista era legato a doppio filo con quello di John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, recentemente caduto in disgrazia. Al di là di Bolton, come ha spiegato John Gizzi, corrispondente alla Casa Bianca per Newsmax, i sostenitori di Salvini sono “più al di fuori del governo piuttosto che al suo interno a partire dai leader tradizionali del movimento conservatore e dal gruppo di intellettuali legati all’area del national conservatism”. D’altra parte non è un mistero che, in questo momento, gli Stati Uniti non siano particolarmente interessati a una crisi sistemica dell’Unione europea (almeno nell’immediato). Conte è un premier che ha sempre guardato con favore a Trump e non ha mai negato un approccio favorevole alla linea adottata da Washington sulla Russia. Se a questo si aggiunge il fatto che al tycoon serve una Francia amica per risolvere la questione iraniana e soprattutto per scalfire lo strapotere tedesco a Bruxelles, tutto fa pensare che alla Casa Bianca abbiano dato disco verde a un governo che dovrà ripagare questo appoggio distogliendo lo sguardo da Mosca e Pechino.

I destini del nostro Paese si sono giocati dunque altrove. Ora, però, tutti questi fan del Conte bis passeranno all’incasso. E i giallorossi dovranno saldare i debiti.

Tag: , ,