Più immigrati, più tasse. E le linee guida del nuovo governo sono presto esaurite. Sin dalle primissime mosse dei giallorossi è, infatti, possibile capire di che morte dovremo morire nei prossimi mesi. Nella speranza che questa drammatica agonia non debba protrarsi troppo a lungo, la discontinuità con la precedente maggioranza a trazione leghista, tanto invocata dai dem, è sin troppo visibile. Certo, sia Nicola Zingaretti sia Luigi Di Maio avevano bisogno di dare un segnale netto al proprio elettorato per far capire, il primo, che il patto col diavolo pentastellato è necessario per cancellare le misure leghiste e, il secondo, che con l’ex alleato non ha più nulla da spartire. Il combinato è a dir poco esplosivo.

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Nel 2018 (lo mette nero su bianco l’Istat oggi) la pressione fiscale è leggermente diminuita. Niente di che, per carità. Ma qualcosa si era mosso. L’idea di Matteo Salvini era di allargare la platea dei contribuenti che avrebbero potuto beneficiare della flat tax. Difficilmente ci sarebbe riuscito con i Cinque Stelle alleati. I costi delle politiche assistenzialiste imposte da Di Maio sono tutt’ora un macigno sui nostri conti. E poi c’era Giovanni Tria che, sentite le cancellerie di Bruxelles, non avrebbe permesso altro deficit. Nemmeno se questo avrebbe permesso di immettere altro denaro in cricolazione. Non si sa dunque se entro la fine del 2019 il passato governo gialloverde sarebbe riuscito a dare un’altra sforbiciata alle tasse. È abbastanza certo che non ne avrebbe aggiunte altre come stanno facendo i nuovi arrivati. Negli ultimi giorni ne abbiamo sentite di ogni tipo: la tassa sul contante per combattere l’evasione fiscale, la tassa sulle merendine per combattere la cattiva alimentazione, la tassa sul riscaldamento per finanziare le energie verdi. L’inferno, si sa, è lastricato di buone intenzioni. E qui, con le “buone” intenzioni, vogliono mascherare la caccia ai nostri risparmi.

E, mentre pensano al modo migliore per spennarci, fanno ripartire il business dell’accoglienza. Non hanno ancora smantellato i decreti Sicurezza che già hanno riaperto i primi due porti: Lampedusa e Messina. È solo l’inizio. I numeri del Viminale, pubblicati oggi dal Giorno, sono a dir poco drammatici: dal 5 settembre, giorno in cui si sono insediati i giallorossi, gli sbarchi sono aumentati del 48% rispetto allo stesso periodo del 2018. In tutto sono arrivati 1.488 clandestini. E il mese non è ancora finito. Il loro obiettivo, dicono, è trovare un accordo a Malta con gli altri leader europei. Si parla di redistribuzione anche per gli immigrati economici. In cambio, però, sono pronti a concedere la Sicilia come primo approdo. Niente rotazione degli sbarchi, se non su base volontaria. Il che è come non averla. Insomma, arriveranno quasi tutti da noi e solo in un secondo momento tratteranno per spartirseli. Tradotto: la maggior parte rimarrà qui da noi. La divisione per quote, fino a oggi, non ha mai funzionato. L’eurobidone verrà sottoscritto il prossimo 8 ottobre, ma le premesse sono già ora piuttosto fosche.

Questo è soltanto l’inizio. E potete stare certi: andrà solo peggio.

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