L’ultima moda dei radical chic è la propaganda verde. Si stanno riscoprendo tutti seguaci dell’ultrà ecologista Greta Thunberg. Non che il sottoscritto ami inquinare. Mi sbatto tutti i giorni a fare la raccolta differenziata dei rifiuti: la plastica da una parte, l’umido dall’altra e così via. Se posso, poi, preferisco prendere i mezzi pubblici anziché mettermi in coda alla guida della mia macchina. Tutto, però, ha un limite. E il populismo ideologico con cui ci stanno perseguitando l’ha sicuramente valicato. È diventato una sorta di spartiacque: da una parte loro, i buoni, che scendono in piazza per battersi contro i cambiamenti climatici; dall’altra parte noi, i cattivi, che certo non vogliamo la combustione del mondo ma che non crediamo neppure che dobbiamo tornare all’età della pietra per salvare il futuro dei nostri figli.

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Non nascondo che l’intervento di Greta all’Onu mi ha spaventato (guarda il video). Non ne sono rimasto affascinato, come i più hanno scritto (per strappare qualche like) sui social network. Ho trovato il suo livore eccessivo e le sue lacrime forzate. L’odio con cui ha pronunciato la propria disanima nei confronti del sistema e gli applausi che è riuscita a strappare mi hanno, in qualche modo, trasmesso la drammatica sensazione che persino la sacerdotessa del clima rientri in un disegno politico che in Europa sta prendendo piede da qualche mese a questa parte. I Verdi stanno crescendo ovunque e chiunque si permetta di dissentire da certe tesi viene letteralmente linciato. Ne sanno qualcosa i 500 scienziati che nei giorni scorsi hanno presentato un documento per smentire le tesi (ideologiche) della Thunberg. Le loro tesi non sono state prese sul serio ma messe sotto censura. L’ecologismo spinto è diventato una moda. E poco importa se non è affatto suffragato da evidenze scientifiche.

Questo delirio verde ha contagiato (da ultima) anche l’Italia. Anche da noi sono arrivati i “Fridays for future”, cortei benedetti dal governo giallorosso che ha invitato gli insegnanti a giustificare gli studenti che marciano nelle strade. Dicono che oggi, a manifestare, erano in un milione. Tutti seguaci di Greta. Ma mi domando: quanti di questi sono disposti a inseguire un “decrescita felice” (per dirla alla grillina)? A rinunciare agli smartphone e al 5G? A evitare di prendere l’aereo per andare a zonzo per l’Europa? A bandire i fast food e le bevande zuccherose dalla propria dieta? A non cambiarsi le mutande per giorni? Insomma, sono disposti a tutte queste rinunce per una non ben precisata religione che, ad oggi, non ha alcun sostegno scientifico?

Questo non significa che l’inquinamento non esista e che non si debba far nulla per ridurlo. Al contrario. Serve un confronto scientifico onesto, lontano dal tribunale del popolo aizzato da Greta (e da chi la manovra). Solo su queste basi potremo fare passi avanti e non ridurre il nostro futuro a uno slogan ideologico. O ecologico. Ma solo per finta.