C’è una fotografia, scattata a Hong Kong, in cui le fiamme divampano dalle scale che portano in metropolitana. Poco sopra c’è la locandina di Joker, il film di Todd Phillips vincitore del Leone d’oro a Venezia. E ce n’è un’altra, molto simile, scattata in Cile, in cui il volto di Joaquin Phoenix e la scritta “Sonríe y pon tu mejor cara” (“Sorridi e indossa la tua faccia migliore”) fanno da sottofondo ai giovani che protestano per le vie del Paese. E poi c’è il filmato, sempre in Cile, di un manifestante vestito dal nemico numero uno di Gotham City che balla davanti a un blindato dell’esercito. Ha la stessa maschera inquietante che si è vista tra le fiamme di Beirut durante le proteste di questi giorni ed è stata immortalata da Alain El Khoury.

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Nell’ultimo post sul loft ci eravamo già occupati di questo strisciante bombardamento. In Italia è stato Beppe Grillo a bucare lo schermo appropriandosi del volto di Joker. Lo ha sbattuto davanti a settemila militanti pentastellati inneggiando al caos come “migliore forma di democrazia”. Già allora avevamo detto quanto fosse pericoloso soffiare sulla violenza, soprattutto se a farlo è un comico che ora indossa i panni del politico. Lentamente quell’immaginario del clown, che lotta contro il sistema per fare a pezzi le élite e spodestare l’establishment, sta permeando nei media e nelle piazze. E così lo ritroviamo, poco alla volta, tra le proteste che infiammano città che si trovano a svariate migliaia di chilometri di distanza. Da Hong Kong a Santiago del Cile, passando per il Libano: rivolte che scoppiano per motivi differenti ma che hanno il potere di portare smobilitare i giovani contro i governi che li opprimono. Casi isolati a cui, però, i media stanno dando (giustamente) una forte risonanza.

In un recente articolo apparso sul Giornale, Gian Micalessin ha visto un’eco degli scontri che nel 2011 avevano agitato il Nord Africa e il vicino Oriente. Oggi sappiamo che dietro alle Primavere arabe c’è stato un disegno ben preciso che ha portato alla caduta di diversi governi aprendo la strada all’instabilità, al terrorismo islamico e alla grande immigrazione di massa. Ovviamente non le si può paragonare con quanto sta accadendo sul finire di questo anno. Eppure c’è qualcosa di drammatico nel vedere i meme, che su Twitter recitano “Dear Joker, Lebanon needs you” (“Caro Joker, il Libano ha bisogno di te”), o le scritte sui muri di Santiago che gridano “We are all clowns” (“Siamo tutti pagliacci”). Secondo Sari Hanafi dell’American University di Beirut, sentito nelle scorse ore dall’Huffington Post France, portare la maschera del cattivo di Batman “sottolinea la necessità di dare un ‘segno distintivo’ al movimento, come per i gilet gialli in Francia”. Su Tpi Luca Telese ha scritto che in molti Paesi sta saltando “il tappo del consenso rappresentativo” e che le rivolte stanno avvampando “oltre i confini della protesta contenibile con i parametri ordinari della pubblica sicurezza”. “Domani – ha poi pronosticato – potrebbe succedere ovunque nei luoghi dove i margini degli esclusi si sollevano, deflagrano e si ribellano”. Ad accendere la miccia può essere l’aumento del trasporto pubblico, come in Cile, o la tassa su WhatsApp, come in Libano.

È sufficiente, dunque, sintetizzare queste proteste come un’inevitabile rivolta contro un potere che si fa opprimente? E che, proprio come nel film di Phillips, schiaccia gli emarginati e i più deboli? O per capirle è necessario andare a guardare più a fondo? Non ci si può fermare allo slogan “Worse than Gotham, welcome in Hong Kong” (“Peggio di Gotham, benvenuti a Hong Kong”). Perché, nel lungo scorrere di post caricati su Twitter, il volto di Joker ha iniziato a infiltrarsi anche tra i giovani che negli Stati Uniti protestano contro il presidente Donald Trump. Molto spesso la violenza che può dilagare fomentando una piazza inferocita è un’arma più potente di una qualsiasi guerra. Attraverso il caos molti riescono a ottenere quello che democraticamente non riuscirebbero a raggiungere mai.

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