Li chiamano presidi antifascisti, sit in democratici, cortei di protesta, ma sono solo espressioni plateali di un’intolleranza inaudita. Il mare di “sardine”, che giovedì sera ha circondato il PalaDozza dove Matteo Salvini ha lanciato la candidatura di Lucia Borgonzoni alle elezioni regionali in Emilia Romagna, ha inaugurato la nuova stagione di rivolta contro il dilagare del centrodestra. Il flash mob, organizzato in piazza Maggiore da Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa, è stato una pugno alla democrazia. Scendere in piazza per zittire il nemico non può essere preso a esempio (come stanno, invece, facendo in queste i vertici del Partito democratico) ma dovrebbe essere condannato da tutti.

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Seimila persone “non violente” si sono radunate per “oscurare” l’apertura della campagna elettorale della Lega. Altre duemila, nel frattempo, hanno dato battaglia occupando le vie limitrofe e fronteggiando le forze dell’ordine che si sono viste costrette a intervenire con gli idranti. I più violenti facevano parte della rete antagonista bolognese e dei centri sociali che pullulano una regione storicamente rossa. Sono il braccio armato della sinistra radical chic che l’indomani ha lodato sui giornali le imprese delle “sardine”. Eppure queste ultime non sono poi tanto diverse dai no global dal volto coperto che sbraitava contro gli agenti. Certo, non muovono le mani. Certo, si trincerano dietro un finto pacifismo. Certo, si nascondono nell’alone della democrazia per poi usare gli stessi slogan. Ma, al grido “Bologna antifascista” e “Bologna non si Lega”, si oppongono ugualmente alla campagna elettorale della Borgonzoni. Non si tratta di un impegno a favore di un candidato, ma di una azione di contrasto fisica. L’hanno ammantata di surrealismo, inventandosi la “prima rivoluzione ittica della storia”, e hanno raccolto tutta la gente comune che odia Salvini.

Cosa c’è di democratico in tutto questo? Nulla. Per gente come Maurizio Martina, l’esempio delle “sardine” va replicato in tutta Italia. Lunedì prossimo, intanto, si ritroveranno a Modena per un’altra protesta. “Vogliamo fermare l’onda leghista”, ha spiegato all’AdnKronos Santori. Tutto questo è possibile solo se la piazza si tinge di colore rosso. Proviamo a fare un esercizio di fantasia: un sit in leghista o di tutto il centrodestra unito che si ritrova per zittire la candidatura di un politico del Pd. Cosa pensate che succederebbe? I giornali parlerebbero di attentato alla democrazia. In parlamento pioverebbero interrogazioni urgenti al ministero dell’Interno. E la società civile (scrittori, attori, pensatori e così via) inscenerebbe caroselli di protesta.

Negli ultimi mesi questi episodi di intolleranza nei confronti di esponenti del centrodestra o di pensatori di area si stanno facendo sempre più assidui. Recentemente, per esempio, c’è stato un caso che ha interessato da vicino la redazione del Giornale. Per ben due volte i collettivi hanno attaccato l’Università di Trento per non far parlare Fausto Biloslavo in una conferenza sulla Libia. Al primo round sono riusciti addirittura a far saltare l’incontro. Quando il rettore ha replicato l’invito, hanno assalito con schiamazzi e lancio di oggetti l’aula in cui stava parlando il nostro giornalista. Anche in quel caso si era parlato di “presidio antifascista” e in pochi hanno avvertito la gravità di quanto accaduto. D’altra parte, da quando Salvini ha iniziato ad avere chance per guidare un governo di centrodestra, questo clima di intolleranza si è fatto sempre più palpabile. Nei giorni scorsi un leghista è stato minacciato e cacciato da un’aula della Sapienza. Non passa giorno che antagonisti, radical chic o uomini di chiesa non insultino l’ex ministro dell’Interno con toni che ballano sempre sulla querela. Episodi che non destano mai la benché minima indignazione di chi da settimane si batte per aprire una commissione contro il dilagare dell’odio nel Paese. E, quando in tv Giorgia Meloni fa notare che è la sinistra ad avere qualche scheletro nell’armadio in questo senso, Lilli Gruber la minaccia di “farle togliere l’audio” per zittirla. Perché la censura piace quando se viene da sinistra. E presto potrebbe colpire tutti noi.

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