Facciamo un passo indietro. Un piccolo balzo all’estate scorsa, prima ancora che Matteo Salvini facesse saltare in aria il banco e mandasse a carte quarantotto l’esperienza gialloverde. In quei mesi concitati è successo di tutto, ovviamente non alla luce del sole, ma soltanto adesso si inizia a capire qual è stata la vera posta in gioco e chi ha realmente manovrato contro gli interessi del Paese. “Matteo, non hai dimostrato cultura delle regole”, ha urlato il premier Giuseppe Conte contro l’allora ministro dell’Interno mentre annunciava all’Aula di Palazzo Madama le proprie dimissioni. “Non abbiamo bisogno di uomini con pieni poteri, ma con senso delle istituzioni”. Col senno del poi, proprio chi non ha avuto senso delle istituzioni è stato chi ha schiantato il Paese mettendogli il giogo pesantissimo di un nuovo Fondo salva-Stati che ci obbliga a sborsare, attraverso emissioni speciali di titoli di Stato, altri 125 miliardi e 395 milioni di euro nel caso in cui sull’Unione europea si abbatta una nuova crisi economica.

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Rileggere oggi quel discorso fatto da Conte davanti al Senato ci fa guardare all’attuale premier, che nel giro di poche settimane ha orchestrato un cambio di casacca senza precedenti, sotto tutt’altra prospettiva. Al tempo diceva: “La verità è che all’indomani delle Europee Salvini, forte del suo risultato, ha messo in atto una operazione di progressivo distacco dalla compagine governativa, al fine di trovare un pretesto per arrivare alla crisi e andare alle urne”. Poi lo accusava apertamente: “Con le interferenze sui ministri hai minato l’azione di governo”. E ancora: “In coincidenza dei più importanti Consigli europei non sei riuscito a contenere la foga comunicativa creando un controcanto politico che ha generato confusione”. Ma cosa succedeva realmente tra Bruxelles e Strasburgo in quei giorni? Una votazione, quella che ha portato Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea con i voti del Movimento 5 Stelle, ci aveva fatto credere che il tradimento fosse compiuto alla luce del sole. In quell’occasione, come spiega l’economista Antonio Maria Rinaldi in una intervista alla Verità, i grillini hanno fatto perdere all’Italia “un’occasione unica”. “Se avessero votato contro o si fossero astenuti, Germania e Francia avrebbero dovuto negoziare con noi il nuovo candidato, tenendo conto delle istanze italiane”, continua il leghista ipotizzando che già al tempo i Cinque Stelle fossero “già d’accordo sottobanco con il Pd per il giro di valzer che poi abbiamo visto in Italia”.

Lo strappo che ha portato all’elezione della von der Leyen è, tuttavia, poca cosa rispetto a quanto accadeva poche settimane prima. E cioè la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) concordata a grandi linee nell’Eurogruppo dello scorso giugno. A In mezz’ora Giulio Tremonti l’ha definita, senza troppi giri di parole, “una galleria di orrori fabbricata da élite di tecnici e da gente interessata”. Tra queste persone interessante c’era appunto Conte. In un messaggio svelato dal leghista Claudio Borghi, Salvini aveva messo in chiaro l’importanza di chiamarsi fuori dalle imposizioni di Francia e Germania. “Noi non firmiamo un cazzo”, aveva intimato il leader del Carroccio. Ma la trattativa è andata avanti. Sotto banco, appunto. “I viceministri non erano miei viceministri ma di Conte, quindi non dovevo avvertirli io della trattativa”, ha ammesso anche l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria rivelando che “in Consiglio dei ministri non se n’è parlato perché non è quello il luogo”.

Salvini ha apertamente accusato Conte di “alto tradimento”. E il premier, che ora è sulla graticola proprio sul Mes, ha minacciato di passare per vie legali. Probabilmente quello che è successo nei corridoi di Bruxelles non verrà mai alla luce. I fatti, però, parlano di una riforma pesantemente repressiva per l’Italia e potenzialmente pericolosa per i nostri risparmi e di una trattativa che ha di fatto svenduto l’intero Paese a favore di Parigi e Berlino. A quale scopo? Non dimentichiamoci che questa triste vicenda anticipa, solo di qualche mese, un’altra operazione sottobanco, quella portata avanti dallo stesso Conte con l’intelligence americana. Lo scorso agosto aveva messo a disposizione i nostri servizi segreti del procuratore generale degli Stati Uniti, William Pelham Barr, che voleva vederci chiaro sui contatti tra il comitato di Hillary Clinton e il Partito democratico italiano. Entrambe le operazioni hanno probabilmente portato quei tre governi (Francia, Germania e America) a sostenere l’avvocato del popolo nel cambio di casacca. Un passaggio per lui indolore, per il Paese pericolosissimo.

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