Torniamo a chiedercelo ancora una volta: ma a cosa serve un’Unione europea che, a ogni occasione cruciale, non solo non riesce a esprimere una posizione vincente nello scacchiere mondiale, ma addirittura va in corto circuito al proprio interno finendo per rendere ininfluente persino il peso politico di qualsiasi Paese membro?

Ursula Von der Leyen

Detto che l’attuale governo italiano è un caso patologico di incapacità strategica e diplomatica, come testimoniano il caso libico e quello iraniano, le cancellerie europee non stanno certo meglio e, negli ultimi dieci anni, hanno dato prova su prova della propria inadeguatezza. La carrellata degli episodi che possiamo qui esporre è lunga e costellata di insuccessi: si parte dalla guerra (voluta in primis dai francesi) alla Libia di Muammar Gheddafi e si arriva alla cecità odierna sulla scelta tra il presidente Fayez al Sarraj e il generale Khalifa Haftar. Una serie concatenata di errori ha messo completamente fuori gioco Roma e Parigi dalla partita consegnando a Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan il timone del Paese nordafricani e mettendo a rischio i nostri interessi economici ed energetici.

E che dire dell’area mediorientale che da anni è il più importante scacchiere su cui si misurano le principali potenze mondiali? Dopo essersi schierata (erroneamente) contro il Cremlino in seguito al conflitto ucraino, Bruxelles ha tentennato in modo imbarazzante nel prendere una posizione concreta nella guerra ai tagliagole dello Stato islamico. Anche qui il campo è stato presto occupato dai russi e dai turchi. I primi hanno pressoché azzerato la presenza dei jihadisti nell’area, mantenendo anche i propri uomini sul terreno. I secondi, invece, hanno trasformato l’Esercito siriano libero nella propria legione straniera, impiegandola prima contro Bashar al Assad per creare una zona cuscinetto nel nord della Siria e poi in Libia per difendere Sarraj. Certo, a Donald Trump è riuscita l’impresa di stanare e fare fuori Abu Bakr al Baghdadi, ma ora, dopo aver fatto ammazzare il generale Qassem Soleimani, il presidente Usa rischia di riportare l’area a un passo da un nuovo conflitto. Anche quest’ultima operazione, che riporta il mondo a contrapporsi in due blocchi ben distinti, segna l’ennesimo passo indietro di un’Europa tentennante formata da governi che, come si sta vedendo in questi giorni in Iraq, non sanno prendere decisioni determinanti.

I rischi derivanti da questa incapacità sono in primis politici ma investono soprattutto l’economia interna dei singoli Paesi. Ne sanno qualcosa gli americani che, al netto dei cinguettii di fuoco lanciati dalla pagina del tycoon, sono ai massimi nei principali indicatori e su tutti i mercati azionari proprio grazie alle politiche economiche portate avanti da Trump. Lo stesso vale per i russi che, grazie a Putin, hanno consolidato il dominio energetico (e non solo) nell’immenso blocco euroasiatico. Ma forse la beffa maggiore arriva da Ankara dove nel 2016 molte cancellerie occidentali hanno sperato nella buona riuscita del golpe ai danni del Sultano. Ora Erdogan, forte della minaccia di sganciare addosso all’Europa una bomba umana fatta di centinaia di migliaia di immigrati, riesce a imporsi (anche grazie ai soldi che Bruxelles continua a versargli per tenerlo buono) in Siria e soprattutto in Libia. Una partita, quest’ultima, che avrebbe dovuto essere giocata dall’Italia, in primis, e dall’Europa in seconda battuta ma che da quando lo hanno fatto non hanno fatto altro che rendere l’area sempre più instabile e pericolosa.

Questo è il destino segnato di una Unione europea senza anima e direzione che sa solo farsi dettare l’agenda da Greta Thumberg e che si spella le mani per applaudire Carola Rackete dopo che quest’ultima ha calpestato le leggi di un Paese membro. Così, mentre Ursula von der Leyen spende le sue giornate dietro il green new deal e i principali governi si preoccupano di inventarsi strategie per non far toccare palla ai sovranista, il mondo cambia e le altre superpotenze (dagli Stati Uniti alla Cina) avanzano. Con buona pace del Vecchio (e stanco) Continente.

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