Era nell’aria. Da qualche anno. I Simpson non avrebbero potuto resistere tanto a lungo sotto i colpi dei crociati del politicamente corretto. La prima testa a capitolare è quella di Apu Nahasapeemapetilon, o meglio quella di Hank Azaria, lo storico doppiatore del personaggio partorito dalla matita di Matt Groening. Già l’anno scorso, dopo le ripetute accuse di “stereotipare” gli indiani con connotati razzisti, era trapelata l’indiscrezione che il proprietario del minimarket di Springfield sarebbe saltato. Quella a cui assistiamo oggi è la triste vittoria dei cannibali della libertà di espressione. E a farne le spese è un cartone, il più longevo nella storia della televisione mondiale (con all’attivo anche un lungometraggio), che, nato progressista, finirà per essere il baluardo di noi conservatori che, checché ne dica la sinistra radical chic, sappiamo ancora farci quattro risate.

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Dei Simpson Apu non è il mio personaggio preferito. Non rientra nemmeno nella top ten. Doh! Prima di lui, manco a scriverlo, ci sono dei mostri sacri che hanno fatto la storia di questo cartone incredibile che ho iniziato a guardare tutti i pomeriggi quando tornavo a casa dal ginnasio. Homer, ovviamente, li batte tutti. Non solo per le battute taglienti che lo contraddistinguono, ma per quello che rappresenta. Quella condizione di middle class che, sotto sotto, fa parte un po’ di tutti noi: racchiusa in se stessa, a tratti egoista nel difendere lo status quo, dove quello che conta è far quadrare i problemi quotidiani con il lavoro e con la famiglia. È un personaggio semplice e, al tempo stesso, dalle mille sfaccettature e che vanta tutti i difetti che può avere un occidentale (americano o europeo che sia) sulla quarantina: divora tutto quello che può mangiare e trangugia qualsiasi boccale di birra Duff che Boe gli serve al bancone; è riottoso verso qualsiasi regola che gli complichi la vita (financo quando queste si limitano a stabilire come differenziare la pattumiera); si contraddice in continuazione e piega la realtà (e le idee) a suo uso e consumo; è velatamente razzista quando il diverso entra nel suo raggio d’azione, cambia alla velocità della luce qualsiasi convinzione (anche politica) se spinto dall’onda populista che ingrossa a una riunione scolastica o a un incontro con il sindaco Quimby.

Vogliamo fermarci qui? Macché. Di Homer si può dire tutto il peggio. E ancora di più: non ha mai voglia di andare a lavorare e, appena può, cerca di fregare la centrale nucleare dove ricopre un ruolo (qui altro capolavoro della narrazione) fondamentale, quello legato alla sicurezza. Le regole, come abbiamo detto, lo annoiano: se può cerca una scappatoia (persino la Messa della domenica è considerata un noioso ostacolo da evitare). È anche un pessimo padre (mette le mani addosso a Bart, è annoiato dalle passioni di Lisa e a volte non si ricorda nemmeno il nome della terza figlia, Meggie) ed è, se possibile, anche un marito peggiore (la moglie Marge è fondamentale quando gli prepara le costolette o la sera quando ha voglia di sesso, sempre che non sia troppo ubriaco per farlo). Insomma, dice e fa tutto quello che buona parte di noi si limita a pensare per non incorrere nel tribunale del politicamente corretto.

Ma attenzione! Questo violentissimo ritratto della classe media americana è, a mio avviso, un epico elogio di qualcosa che stiamo perdendo, a poco a poco: la famiglia. Perché, a fronte di tutti questi aspetti negativi, i Simpson ripartono sempre da lì: da loro cinque, inossidabili e in fondo sempre e comunque incollati da un legame che la nostra società occidentale sta cercando di fare a pezzi. Tanto che, con il passare delle puntate e della stagioni, i progressisti hanno iniziato ad accusare Groening di non essere abbastanza progressista. Niente divorzi, niente famiglie arcobaleno, niente battaglie da nuovo millennio. La società si è “evoluta” e non basta più fare a pezzi quel sogno americano che ne ha posto le fondamenta ma bisogna demolire quel lego fondamentale che nonostante tutto tiene ancora duro. La famiglia, appunto.

Il bello dei Simpson è che ti fa digerire l’errore quotidiano. Perché, se tutti noi siamo come Homer, allora ci è sempre data la possibilità di sbagliare e rialzarci, cambiare idea come si cambia una maglietta sporca e sentirci comunque intransigenti quando ci guardiamo allo specchio, e soprattutto sentirci al centro dell’universo pur nuotando in un mare di sette miliardi di pesciolini impazziti. Il tutto – e qui sta il capolavoro del politicamente scorretto del cartone – ancorandoci (ancora una volta) alle quattro mura domestiche. I progressisti se ne facciano una ragione e, una volta tanto, imparino dal popolino un lusso gratuito: farsi una risata su questa vita amara.

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