Quando i magistrati si sono mossi per inchiodare Matteo Salvini al caso della Gregoretti, i Cinque Stelle hanno alzato i tacchi e lasciato da solo l’ex alleato leghista davanti al plotone d’esecuzione. Manco fossero stati assenti quando il Viminale (e con i suoi tecnici anche quelli di Palazzo Chigi e di altri ministeri) cercava di risolvere le sorti dei 131 immigrati irregolari che si trovavano sulla nave della Marina Militare. Gli dev’essere sembrata l’azione più efficace (a noi la più vile) per impallinare un nemico scomodo che macina terreno nei sondaggi: farlo sbranare da una sentenza che potrebbe portarlo in carcere per quindici anni e farlo così fuori politicamente. Così, in linea con quel colpo basso, questa mattina nessuno di loro si è presentato a Palazzo Madama per seguire la discussione e poi il voto sulla richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal tribunale di Catania nei confronti dell’ex ministro dell’Interno.

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A fuggire a gambe levate non sono stati sono i voltagabbana grillini, ma anche i colleghi manettari del Partito democratico. Tutti assenti. Certo, molti di loro ci assicureranno che erano impegnato in altre faccende più importanti. Dei diretti interessati alla vicenda, che l’estate scorsa ha tenuto l’intero esecutivo sotto scacco per quattro giorni, due non siedono più al governo (Danilo Toninelli e Elisabetta Trenta hanno da tempo abbandonato il dicastero delle Infrastrutture e la Difesa). Altri due, però, si sono incollati alla poltrona anche dopo la piroetta che ha portato i Cinque Stelle tra le braccia dei democratici. I due in questione, Giuseppe ConteLuigi Di Maio, sono stati i primi a tenersi alla larga dal Senato. Il premier aveva impegni istituzionali. Il ministro degli Esteri, invece, aveva preso un volo diretto a Tripoli, giusto questa mattina, per incontrare il premier del governo di accordo nazionale, Fayez al-Serraj, e il ministro dell’Interno, Fathi Bashaga. Un viaggio che, vogliamo sperare, servirà finalmente a fermare la nuova ondata di partenze che, complice la linea buonista sposata dal governo giallorosso, ha fatto impennare nuovamente gli sbarchi sulle nostre coste. E, se anche non dovesse riuscire in questo intento, speriamo (almeno) in un contributo alla pacificazione di un Paese la cui instabilità sta causando enormi danni alla nostra economia. Una missione a sorpresa, questa del titolare della Farnesina, che quasi sicuramente si rivelerà inutile. Come tutte le altre svolte in precedenza.

Sta di fatto che, impegni “improrogabili” a parte, colpisce vedere tutti gli scranni del governo vuoti mentre il Senato processa il leader di una delle forze di centrodestra. Eppure fino a qualche giorno fa erano tutti con la bava alla bocca a chiedere che il leader del Carroccio finisse alla sbarra per non aver aperto i porti alla Gregoretti. E poco importa se, carte alla mano, non solo Conte e Cinque Stelle venivano costantemente informati delle mosse del Viminale, ma addirittura avevano preso parte alle trattative con l’Europa per provare a redistribuire una parte dei 131 immigrati che si trovavano a bordo. D’altra parte era stato lo stesso Conte a dire pubblicamente che “noi della presidenza del Consiglio abbiamo lavorato per ricollocare e consentire poi lo sbarco”. Le immagini di quei banchi vuoti a Palazzo Madama sono la dimostrazione plastica di un partito, il Movimento 5 Stelle, che piega la giustizia al proprio tornaconto (quando si trattò di votare il caso della Diciotti si espresse contro) e di un governo, il Conte bis, che fugge dalle proprie responsabilità. Certo, in punta di regolamento, non erano tenuti a farlo, ma dopo tutta la campagna giustizialista delle scorse settimana avrebbe anche potuto metterci la faccia.

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