Uscito dal lockdown, in centro a Milano mi sono imbattuto nella pubblicità che, sulla fiancata di un tram, sponsorizzava voli scontatissimi per il mese di febbraio. Per oltre tre mesi il Paese si è fermato, chiuso in se stesso, capace solo di guardare in faccia il morbo. Ora che i ristoranti stentano a riaprire, che i mezzi pubblici vanno a singhiozzo e il traffico non ancora congestiona le strade ai semafori, sembra che le lancette dell’orologio stiano riprendendo lentamente a correre. A dispetto di tutta questa flemma (o, forse, proprio a causa di questa), dalla quarantena in molti escono con tanta rabbia addosso. Una rabbia che è montata nel corso di tutti questi mesi a causa di un governo completamente incapace di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Così, ora che non li può più “relegare” in casa, si ritrova addosso un malcontento a lungo sopito. In questo i progressisti (immancabilmente) vedono il “pericolo di un ritorno al fascismo“. È il solito, vecchio refrain. Niente di nuovo. Un altro sintomo che stiamo tornando alla normalità.

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C’è una vignetta di Sergio Staino, pubblicata questa mattina dalla Stampa, che rende bene l’idea. La figlia chiede: “Perché la mascherina? Dicono che il virus è clinicamente morto”. E il padre replica: “Lo dicevano anche del fascismo”. Se non fosse per il riferimento al coronavirus, l’avrebbero potuta tranquillamente pubblicare un anno fa quando la sinistra gridava contro l’onda nera, quella stessa onda che alle elezioni non è mai andata oltre l’uno per cento. Qui non parliamo dei movimenti antifà, ideologicamente anacronistici, che di tanto in tanto escono dai centri sociali per sfilare in piazza con slogan carichi d’odio e bombolette spray per sporcare i muri delle città. Qui vediamo (ancora una volta) i capi bastione dell’intellighenzia rossa gridare “al fuoco!” quando non è stata acceso nemmeno una fiammella. In analisi volutamente confuse, si fa un potpourri politico in cui si mette insieme la rabbia e il dolore dei cittadini lasciati soli, i flash mob del centrodestra, i gilet arancioni e le proteste di sigle più o meno vicine alla destra più estrema. Vengono accusati di “occupare” la piazza, come se la piazza appartenesse a un colore solo. Repubblica parla addirittura di “network nero” rievocando la “marcia su Roma” (quella del 29 ottobre 1922) e tirando in ballo teste rasate, tifoserie schierate (a destra) e i soliti movimenti estremisti (come CasaPound e Forza Nuova). Tutto in un gran calderone per lanciare un allarme che non c’è, per mettere a tacere il grido degli italiani, per smontare le istanze di cui il centrodestra si fa portatore in parlamento.

In questo trucchetto mediatico il Fatto Quotidiano trasforma la manifestazione organizzata da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia in una “marcia fascioleghista”. “La democrazia, mai come adesso, è sottoposta a minacce profonde”, fomenta il governatore della Toscana, Enrico Rossi, puntando il dito contro il nazionalismo. Ormai il loro gioco è chiaro. Parlano di “ritorno al fascismo” ogni volta che il governo traballa, si intravede la possibilità di una tornata elettorale e i sondaggi danno le forze di centrodestra in netto vantaggio. Sventolano il ritorno dell'”uomo nero” e agitano lo spettro della dittatura come arma politica. Ma sono slogan vuoti e sbiaditi che ancora una volta fanno male a tutto il Paese. Le piazze, che oggi Salvini, Meloni e Berlusconi riempiranno, danno voce a un’Italia che è stata abbandonata, che ha bisogno di uno Stato forte per rialzare la testa, che spera in un governo all’altezza della situazione. Finora l’esecutivo le ha voltato le spalle. A quell’Italia non resta che la protesta (pacifica). Questo è il sale della democrazia, della nostra Repubblica.

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