Non sono un sostenitore della mobilità green. E gli elogi alla lentezza (“rallentare per vivere meglio”) mi hanno sempre fatto venire l’orticaria. Li ho sempre considerati argomentazioni da radical chic che non tengono presente (per vezzo o ideologia) la realtà delle cose. Così, tolte le corse in bicicletta di quando ero piccolo, ho sempre rifuggito l’idea di aggirarmi per la città su due ruote. Poi ci sono stati la pandemia, il lockdown e, con la riapertura, l’esigenza di evitare il più possibile i mezzi pubblici. L’idea di per sé non mi dispiaceva (non ho mai amato stiparmi su autobus o metropolitane) e così, spinto anche dagli annunci roboanti di Giuseppe Conte e compagnia cantante, sono andato a comprarmi una bici. Il governo aveva, infatti, messo in giro la voce che avrebbe rifondato la spesa. Erano i giorni in cui i giallorossi promettevano bonus, mancette e sconti su tutto.

Il bonus bici aleggia ancora nell’empireo della politica. Ci sarà, ma non si sa né chi potrà incassarlo né quando. Oggi il Messaggero ha fatto il punto sul decreto attuativo che è stato recentemente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Non sto a farvela troppo lunga sui tecnicismi, sugli “intoppi amministrativi” in cui sono incappati i dicasteri competenti e, soprattutto, sulle liti interne al governo (chi voleva cosa, chi si è opposto e chi l’ha spuntata) perché alla fin fine conta il risultato finale. E il risultato finale puzza di beffa. Sì e no la metà dei richiedenti riuscirà, infatti, a ottenere il rimborso già quest’anno. Il motivo? I 210 milioni di euro stanziati dall’esecutivo servono a malapena a coprire gli acquisti fatti fino alla fine del mese di giugno. La scrematura verrà fatta il 4 novembre quando gli italiani proveranno ad accedere alla piattaforma per presentare le proprie domande. Il risultato? Chi prima arriva, becca i soldi? Per tutti gli altri se ne riparlerà (forse) l’anno prossimo.

Quello del bonus bici è l’esempio perfetto di un governo pasticcione e imbroglione. Un padre non promette al proprio figlio un gioco o un premio se sa che non ha i soldi per comprarglielo. I giallorossi hanno fatto l’esatto contrario: prima hanno fatto gli spacconi promettendo mari e monti e poi si sono accorti che nelle casse pubbliche non c’erano manco i soldi per piangere. Così hanno cambiato le carte in corsa. Nel frattempo, però, molti (pure il sottoscritto) gli hanno dato credito. I giallorossi non sono certo i primi a farsi beffe degli italiani che ancora credono alle promesse della classe politica. Il punto resta che, se siedi al governo, non puoi spararla grossa e poi rimangiarti tutto (o quasi). Altrimenti sei un fanfarone.

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