Primo giorno di scuola. Si riparte. Dopo mesi di annunci, gaffe, passi falsi e sparate senza senso, la scuola è più “normale” di quanto temessimo. Niente barriere di plastica, niente banchi a rotelle, niente visiere trasparenti calcate sulla testa. I nostri figli potranno tornare in classe e riprendersi un altro pezzetto della loro quotidianità. Lo faranno carichi di emozione e, in molti casi, con una punta di paura. Tornare alla normalità dopo sette mesi di “clausura” non sarà poi così facile. Lo faranno col sorriso sulle labbra. Perché i bambini e gli adolescenti mica ti vengono a confidare che tornare dietro un banco è una prova durissima. Però, se ti fermi a guardarli attentamente negli occhi e nei gesti, capirai che dissimulano e che sono pronti ad affrontare anche questo, nonostante dall’altra parte il mondo degli adulti non è stato poi così all’altezza della situazione.

Adesso la palla passa in mano alle maestre e ai professori. Spetta a loro accogliere gli studenti. Capire, prima di tutto, che arrivano da un’esperienza difficile, che per mesi hanno a malapena toccato un libro, che probabilmente non sarà così facile riallacciare i rapporti con i propri compagni. Una buona fetta del corpo docenti del Paese si è tirata indietro. Per paura. La stessa che probabilmente hanno avuto i nostri figli, questa mattina, quando hanno varcato la soglia della loro scuola. Se la sono messa in tasca, la paura, e hanno tirato dritto. Perché a loro non è concesso dire “Mamma, non ho voglia di andare a scuola… ho paura”. O meglio: possono anche farlo. Ma non è che certe rimostranze vengono prese più di tanto in considerazione. Non vanno biasimati: dopo aver versato per mesi mezzo stipendio alle tate, la maggior parte dei genitori sono ben lieti di veder le scuole riaprire i battenti. Il risultato, però, è che il figlio deve farsene una ragione e affrontare di petto quella che a suoi occhi è una prova insormontabile.

Il coraggio dei nostri ragazzi dovrebbe darci da pensare. La loro resilienza nell’affrontare un momento tanto difficile potrebbe anche spronarci a far meglio. Di sicuro dovrebbe dire molto a quegli insegnanti che hanno deciso di non presentarsi in classe per paura, ma molto dovrebbe dire anche a quei politici e a quei tecnici che per mesi hanno lavorato su grafici, proiezioni e diagrammi dimenticando l’umanità che dà vita alle classi. Il governo non si è dimostrato all’altezza della situazione. Con le sue continue sparate non ha fatto altro che complicare una situazione già di per sé difficile. I capoccioni a cui ha dato credito in questi mesi hanno ulteriormente aggravato la dialettica. Ora, però, che il primo giorno di scuola è andato, si spera che facciano tutti quanti un passo indietro. Perché, ogni volta che ci mettono mano, la scuola ne esce sempre più malconcia.

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