Non capita tutti i giorni di vedere un essere umano guadagnarsi il diritto di salire subito nel Paradiso della memoria. Oggi è sicuramente uno di quelli. David Bowie oggi ha smesso di vivere per iniziare ad essere immortale.
Mi posso consolare solo riprendendo alcuni brani a cui ho pensato questa mattina appena ho avuto la triste notizia.

“Siamo esseri mortali ed è il nostro principale cruccio, ma la Natura ci ha donato la memoria che ci permette di vivere in eterno. E non è egoismo anche questo? L’egoismo esteriore psicologico ha cambiato il destino dell’uomo, gli ha permesso di evolversi, dominare il mondo, creare ciò che ci circonda, tramandando memi, idee, conoscenze, cultura. Non a caso per gli antichi greci Mnemosine, personificazione della memoria, era la madre delle Muse, patrone di tutte le arti. (…)
I memi (le unità culturali, le idee) lottano per sopravvivere quanto i geni, ma ciò che ci rende unici rispetto alle altre specie è proprio la capacità dei primi di superare i limiti naturali dei secondi. Non occorre un contatto fisico per procrearli, né consanguineità per trasmetterli ad innumerevoli estranei, di generazione in generazione. Possono svilupparsi, trasformarsi, pur mantenendo la loro identità. Possono essere comuni ad una quantità illimitata di persone ed essere tramandati all’infinito. (…)
I memi, d’altronde, hanno la capacità di influenzare gli estranei, trasformandoli in ulteriori veicoli di trasmissione, garantendosi maggiori possibilità di immortalità. (…)
E allora, proprio nel perseguire l’egoismo esteriore psicologico, l’uomo si rende conto che non basta essere ricordati per meritare un posto nella storia. Occorre che le azioni siano positive, che le idee contribuiscano al progresso dell’umanità e non certo alla sua distruzione, perché ciò indurrebbe i posteri, prima o poi, a denigrarle e impedirne la divulgazione. (…)
Se, quindi, la persistenza della memoria è il nostro obiettivo, ciò che siamo in vita, il nostro nome, l’insieme dei nostri memi, conoscenze, le azioni che compiamo, nel bene e nel male, concorrono a formare la nostra essenza immateriale, l’immagine di noi che speriamo di tramandare ai posteri. Potrebbe essere raffigurata come la nostra anima, un soffio di vita che sopravvive alla morte. Ecco che la sorte dell’anima dipende da noi, da ciò che compiamo in vita, dalle idee che creiamo, e possiamo quindi agire per essere ricordati in modo positivo, negativo oppure essere ignorati. (…)
E allora possiamo immaginare che il destino dell’anima, dopo la morte del corpo, sia di risiedere all’inferno, in purgatorio o in paradiso, a seconda di ciò che abbiamo fatto da vivi. Migliori saranno le gesta compiute, maggiore l’influenza avuta sul modo di pensare ed agire delle persone, maggiori saranno le possibilità di essere inclusi nel paradiso della memoria, il positivo ricordo eterno dei posteri. Al contrario, le pessime azioni, il dolore provocato, così come le idee malsane che inducono a violare la regola Aurea, condanneranno le nostre anime alla dannazione eterna, relegandole nell’inferno della memoria. Tra i due estremi, si colloca il purgatorio, dove sono destinate le anime di coloro che non si sono contraddistinti in vita per imprese o idee di particolare spessore, hanno vissuto una vita degna, lavorato, amato, sofferto, pur senza riuscire ad emergere. La loro memoria è affidata ai familiari, amici, conoscenti. (…)
Non è necessario, quindi, avere una fede incrollabile per credere nella vita eterna e non mi dispiace pensare che, se anche questi concetti fossero solo una metafora, il suo Inventore abbia trovato una maniera a dir poco geniale per influenzare la vita di miliardi di persone, indurle a migliorare se stessi, a contribuire al progresso dell’intero genere umano sfruttando al meglio i propri talenti. (…)
Essendo impossibile ricordare tutti i miliardi di persone che hanno attraversato la Terra, la sopravvivenza dei memi è destinata però a scontrarsi con la capacità di memoria dei popoli e delle persone, limitata come quella di un hard disk. È inevitabile, quindi, che si apra una lotta per la selezione mentale per distinguere gli uomini e le idee più meritevoli dai mediocri. Ricordiamo Mozart, Van Gogh o Shakespeare, coloro che hanno saputo distinguersi per un talento incredibile. Gli appassionati tramanderanno altri autori minori, ma meritevoli di lode. L’infinita schiera di aspiranti poeti sarà ricordata al massimo da amici e discendenti più prossimi. È normale che sia così e vale per ogni attività in cui ci cimentiamo. Per ogni Enzo Ferrari, milioni di ingegneri non raggiungeranno mai la sua gloria. (…)”

Di David Bowie ne resterà solo uno. Per sempre.
Una prece.

(Da “In difesa dell’egoismo”, Rubbettino ed.)

 

 

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