IMU TASI commercio

Premetto che sono contraria a qualsiasi tipo di imposta patrimoniale come l’IMU, che non è altro che una forma di esproprio rateizzato di immobili acquistati con guadagni già tassati all’origine. La TASI poi è solo IMU ribattezzata con la scusa dei servizi indivisibili, anche se mi devono ancora spiegare perché non li paghino già con le addizionali Irpef e con l’IMU, ma tant’è.

Se l’obiettivo principale è quindi la loro abolizione, non solo sulla prima casa, il realismo di un bilancio romano con un buco di 14 miliardi impone di procedere per gradi, anche dimostrando così come il taglio di un’imposta ingiusta non diminuisca affatto il gettito delle entrate complessive se compensata da uno sviluppo dell’economia.
Assistiamo ormai da anni ad una strage di bar, ristoranti, botteghe, negozi anche storici, principalmente in centro, ma le periferie non ne sono esenti.
Tutti a stracciarsi le vesti, a dare la colpa alla crisi, che certo non aiuta, e ai centri commerciali, a torto perché la concorrenza ha sempre sviluppato l’economia, a differenza del protezionismo, per la ragione ovvia che più attività commerciali significano più posti di lavoro, più guadagni e più consumi, ma vallo a spiegare a chi ancora non ha capito che il PIL cresce aumentando beni e servizi e non ridistribuendo il denaro da una persona produttiva ad una parassita.
Tutti a dire che bisogna aiutare il commercio, ossatura fondamentale dell’economia cittadina, con le solite parole vuote o con proposte irrealizzabili e dannose, tipo incentivi a fondo perduto, che servono solo a drogare aziende senza futuro o dei soliti amici.
Nessuno, però che si sia preso la briga di chiedere ai commercianti e agli esercenti perché sono costretti a chiudere.
Invece, se li ascoltassero e se anche solo ci ragionassero con un po’ di logica, capirebbero che le tasse patrimoniali sugli immobili commerciali sono la peggiore iattura. Ad ogni scadenza contrattuale, infatti, immancabile arriva il proprietario che chiede un canone molto più alto, proprio perché ovviamente scarica sul conduttore il costo delle imposte che è costretto a pagare. Il commerciante, tra tutte le tasse che già deve pagare di suo, stipendi e contributi ai dipendenti, incassi sempre più scarsi in un periodo di crisi come questo, ecco che abbassa la saracinesca.
Se gli va bene, trova un proprietario di un locale vicino sfitto da anni che glielo offre ad un canone un po’ più basso, ma per lo più chiude e si ritrova senza il lavoro e l’attività costruita in una vita, perdendoci pure l’avviamento.
Dare un aiuto concreto al commercio vuol dire, invece, prendere atto di questa realtà e agire per invertire questa inesorabile tendenza alla scomparsa di tante attività commerciali, permettendo anche lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali.
Solo un taglio netto dell’IMU e della TASI sui rinnovi o suoi nuovi contratti di locazione degli immobili commerciali può permettere al commercio di ripartire.
Con la giusta rimodulazione, ritengo non meno del 50% delle tasse a carico del proprietario e eliminando del tutto quel 20% di TASI a carico del conduttore, poi questa misura non si tradurrebbe affatto in minor gettito, perché una minore tassazione patrimoniale sarebbe compensata da un maggior introito dalle addizionali Irpef sia dei proprietari, dato che i locali sfitti non danno reddito, sia del commerciante e dei suoi dipendenti, che invece così si ritrovano senza un lavoro.
E se poi il Comune incassa un po’ meno e si preoccupa semmai di ridurre la spesa pubblica improduttiva a tutto vantaggio dell’economia produttiva, tanto di guadagnato.
Immagino già l’obiezione quando si propongono misure simili: ci guadagna solo il proprietario perché mantiene il canone alto.
A parte il fatto che è il mercato a smentire questa tesi perché un proprietario che preferisca non trovare conduttori mi sembra più un mito pauperista che altro, ma tant’è.
In ogni caso, per scongiurare anche questa eventualità, si può ipotizzare un sistema di locazioni locali a canone concordato come quello già adottato a livello nazionale per le abitazioni, il cosiddetto 3+2.
Questa tassazione agevolata potrebbe applicarsi quindi ai contratti con un canone che non superi i valori massimi stabiliti in appositi accordi definiti in sede locale fra le organizzazioni della proprietà edilizia e le organizzazioni più rappresentative di commercianti ed esercenti.
È un sistema già sperimentato da quasi 20 anni e che ha funzionato bene, anche perché alla fine il canone di locazione così determinato, con una forma di contrattazione ampliata, non è tanto distante dal valore di mercato, ovviamente ridotto proprio grazie alla riduzione delle tasse.
Queste e tante altre ancora sono le idee che intendo portare al consiglio comunale di Roma con la lista Rete Liberale per Marchini sindaco.
Se volete darmi la possibilità di metterle in pratica, non siate timidi e aiutatemi a diffonderle.

Barbara Di Salvo

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