nonna Peppina

A chi non si è stretto il cuore leggendo della tragedia di Nonna Peppina, la signora terremotata di 95 anni costretta dalla burocrazia a lasciare la sua sicura casetta di legno per andare a vivere in un container? Peraltro, continuare a chiamarlo sfratto fa un torto sia al diritto che a lei, visto che non era inquilina, ma proprietaria della casetta fatta costruire a sue spese nel suo giardino.
Ma quel che mi fa più rabbia è che la maggior parte degli italiani che si indignano per la sua sorte non si facciano un esame di coscienza e non capiscano di essere stati loro la causa di questa palese legale ingiustizia. Ché legalità e giustizia sono due concetti ben diversi.
La burocrazia è colpa degli italiani, non solo dei burocrati e dei politici che l’hanno messa in pratica. Le avete volute voi le norme amministrative che regolamentano qualsiasi attività nota e ignota. E le avete volute perché la merce più rara che esista in Italia è la responsabilità soggettiva. Vi ha tranquillizzato scaricare ogni colpa, ogni rischio sullo Stato e queste sono le conseguenze.
Il diritto amministrativo, ciò che disciplina i rapporti tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione, è infatti tanto vasto quanto ampio è l’intervento dello Stato nella vita quotidiana di ognuno di noi, quanti sono i settori in cui chiediamo di tutelarci, di occuparsi dei nostri interessi, di appagare i nostri desideri. Ciò che, però, molti non hanno ben chiaro, soprattutto quando si lamentano dell’oppressione statale, è che siamo solo a noi a decidere l’estensione dei poteri pubblici, e lo facciamo ogni volta che eleggiamo i delegati in Parlamento e chiediamo loro di aiutarci a soddisfare i nostri bisogni.
La burocrazia non è altro che il lato oscuro della forza che deleghiamo allo Stato per ottenere i vantaggi che chiediamo. Troppo comodo pretendere che lo Stato ci sostenga e ci protegga dalla culla alla tomba, come un genitore che ci vizia e non ci fa mancare niente, e poi lamentarsi perché è iperprotettivo e pervasivo.
Proprio perché affidiamo allo Stato il compito di appagare certi desideri, stiamo in realtà rinunciando ad un pezzetto di libertà, a cavarcela da soli per soddisfarli a modo nostro. Ovvio che la PA, però, debba occuparsi di tutti in modo imparziale, ma allo stesso tempo sottrarre parte di quegli egoismi alla lotta per la sopravvivenza, così che la loro soddisfazione non dipenda più dall’uso della forza, e questo è il lato più positivo, ma neppure dai meriti di ciascuno e dal suo impegno, e da qui nasce l’assenza di responsabilità.
Vogliamo che lo Stato ci fornisca asili, scuole, pensioni, strade, assistenza medica, giustizia, protezione, prevenzione dai pericoli, sostegno economico alle imprese ed alle famiglie, e tutti gli innumerevoli servizi pubblici che la smisurata fantasia dei politici si inventa? Li dobbiamo pagare non solo per noi stessi, ma per tutti gli altri cittadini, sia con il nostro denaro sia permettendo allo Stato di intromettersi in tutti i settori coinvolti, attraverso controlli, procedimenti che garantiscano la parità di trattamento e punizione di chi non rispetta le relative regole.
Il punto non è se sia giusto o sbagliato ogni intervento statale, né che lo Stato sia autorizzato ad ogni azione solo perché gli chiediamo un certo servizio, perché l’efficienza della PA sta proprio nel saper garantire i maggiori vantaggi imponendo le minori rinunce. Certo, però, non si può pensare di organizzare o riformare la macchina burocratica senza comprendere quali egoismi è chiamata a soddisfare, quali altri saranno coinvolti, senza chiedersi come equilibrarli in una scala di priorità accettata dai cittadini. Perciò sono proprio loro i primi a doversi chiedere cosa vogliono e come lo vogliono e per farlo devono aver ben presente a cosa dovranno rinunciare per ottenerlo.
Una volta che lo Stato è incaricato di fornire un qualsiasi servizio, soprattutto di protezione, infatti, regolamenta i rapporti tra la PA ed i cittadini, sottoponendoli a limiti, vincoli, autorizzazioni, divieti, controlli, procedure che garantiscano che le modalità con cui appagano gli egoismi personali siano compatibili con gli obiettivi generali perseguiti. Gli egoismi collettivi, quindi, prevalgono su quelli del singolo, che ha solo un interesse legittimo a farsi aiutare dallo Stato a soddisfarli, ma non più il diritto ad soddisfarli come meglio ritiene opportuno.
Se siamo arrivati al caso kafkiano di Nonna Peppina è proprio perché abbiamo voluto che lo Stato tutelasse il paesaggio, la bellezza architettonica, la funzionalità e la sicurezza, anche antisismica, delle nostre case. È per questo che ci siamo sottomessi alle norme urbanistiche, abbiamo rinunciato al diritto di costruire come ci pare e piace e dobbiamo chiedere licenze edilizie, valutazioni di impatto ambientale e autorizzazioni varie.
Quando vogliamo che lo Stato ci tuteli dal rischio di essere truffati o male assistiti, che ci garantisca di ricevere beni e servizi di qualità, lo autorizziamo a sottoporre ogni impresa o professionista a verifiche d’idoneità, iscrizioni ad albi, esami, autorizzazioni, licenze, ispezioni. Quando vogliamo che lo Stato tuteli la nostra riservatezza e la sicurezza sui luoghi di lavoro, lo autorizziamo a imporre ad ogni imprenditore procedure, metodologie, analisi, controlli.
E l’elenco può andare avanti ancora tanti quanti sono gli ambiti in cui chiediamo l’aiuto statale nella conduzione della nostra vita quotidiana. Certo, alcuni sono positivi, necessari, opportuni, ma prima di prendercela con lo Stato per la sua oppressione, chiediamoci quali egoismi gli stiamo chiedendo di soddisfare ed a quali ci sta chiedendo in cambio di rinunciare, perché solo allora possiamo valutare la nostra scala di priorità e quale potrebbe essere il loro miglior equilibrio.
Purtroppo, ci hanno inculcato l’idea che gli egoismi collettivi debbano prevalere sempre sugli egoismi personali, come se fossero confliggenti, consentendo ai governi “interventisti” di creare uno Stato posto al di sopra dei suoi cittadini, autorizzato a sacrificare i loro interessi in nome del benessere generale della società, intesa come entità autonoma e distinta dai suoi membri, ma si tratta di un inganno. È l’ipocrisia che ha consentito a chi siede al centro comandi di decidere quali cittadini privilegiare, in primo luogo se stessi e chi li sostiene, e quali interessi reprimere. Finché non arriveremo a comprendere, invece, che lo Stato non è affatto distinto dai suoi cittadini, ma che, al contrario, li rappresenta tutti ed ha il compito istituzionale di indurli a rinunciare ai loro individualismi ed egocentrismi, non per sottometterli al volere altrui, ma per dar loro in cambio un maggior benessere, i cittadini non potranno tornare ad essere gli unici sovrani della propria vita e la PA la loro servitrice.
Ora, lo Stato ha tre strade per impedire che gli individualismi dei singoli prevalgano sull’egoismo sociale: prevenire la violazione degli interessi generali, punire chi infrange le sue regole oppure invogliare i cittadini a rispettarle.
Il terzo è il metodo più efficace, e ovviamente quello meno usato, proprio perché fa leva sui loro egoismi e sulla responsabilità dei singoli, premiandoli per far coincidere i loro interessi particolari con quelli del resto della popolazione. Lo Stato dà fiducia ai suoi cittadini, lascia loro la libertà di agire, e risponde alle loro azioni con la responsabilità personale se sbagliano oppure premiando i loro meriti. I cittadini non sono considerati automi, burattini da guidare, ma persone dotate di intelligenza e libero arbitrio, che, pur con tutti gli egoismi intatti e rispettati, possono essere indirizzati a contribuire al benessere collettivo. Questo metodo, però, funziona solo in uno Stato efficiente che sappia far leva sugli egoismi sani e disincentivare gli egocentrismi e gli individualismi.
Il diritto urbanistico che si è abbattuto come una clava su Nonna Peppina è emblematico.
Da un lato abbiamo lo Stato e le sue articolazioni territoriali che definiscono tutta la normativa, modalità di costruzione, altezze, distanze, dettagli architettonici, materiali utilizzabili, fino a decidere con i piani regolatori l’utilizzo possibile di ogni terreno o costruzione.
Dall’altro lato abbiamo un proprietario di un terreno, Nonna Peppina, che vorrebbe costruirci una casetta di legno per appagare i suoi egoismi, creando un’abitazione per proteggersi e vivere dignitosamente la sua vita dove ha vissuto per 75 anni. Ogni proprietario di un terreno, pertanto, avrebbe il diritto di costruire come e cosa ritiene più opportuno, così come il proprietario di ogni edificio avrebbe il diritto di modificarne la destinazione d’uso, ristrutturarlo, trasformarlo, persino demolirlo.
Ma ecco che si intromette lo Stato, perché i cittadini gli hanno chiesto magari di verificare che gli edifici siano sicuri, stabili, ben costruiti ed allora impone delle regole di costruzione; di tutelare il loro riposo e così si stabiliscono le divisioni e le distanze tra zone industriali e residenziali; di rendere vivibili e funzionali le città, garantendone uno sviluppo a misura d’uomo, e si impone la presenza di scuole, strade, negozi, posteggi; e l’elenco potrebbe essere infinito tanto quanto la fantasia dei legislatori e dei burocrati. A questi più o meno validi interessi pubblici poi va aggiunto l’egocentrismo dei politici corrotti che devono far lucrare le coop imponendo che solo loro possano costruire a caro prezzo casette di legno, ma questa è un’altra questione.
Ora, tutte queste norme urbanistiche sono una limitazione del diritto di costruire di tutti i proprietari, i quali rinunciano alla libertà di appagare i loro egoismi in cambio degli interessi generali perseguiti. E già questo porta con sé una prima considerazione: ma ne vale sempre la pena? A leggere certe norme non si direbbe. Proprio perché si limita la libertà dei cittadini, così come la possibilità di accrescerne il benessere, si dovrebbe valutare con la massima attenzione ogni norma, cercando di comprendere quali interessi collettivi si vogliono tutelare per equilibrarli al meglio con quelli dei proprietari imponendo loro solo le rinunce davvero proporzionate, indispensabili ed utili.
Per comprendere se una norma è davvero giusta dal punto di vista egoistico, però, bisogna cambiare mentalità e rendersi conto che la norma amministrativa non è altro che una limitazione della libertà e, pertanto, può essere legittima solo se tutela un interesse generale effettivo, altrimenti è un’inutile vessazione. Dubito che molte norme, soprattutto di dettaglio e francamente incredibili, reggerebbero ad un’analisi simile, perché se non si comprende spesso neppure quale interesse collettivo dovrebbero appagare non vedo proprio perché imporle, se non per accrescere il potere già smisurato dei governanti in materia, ma tant’è.
Una volta che, invece, si individuano degli interessi generali, giusto che si prescriva una certa regola al proprietario per evitare che la sua attività li possa danneggiare, ma anche qui la limitazione che gli si impone dovrà essere la minima indispensabile e proporzionata.
Non dimentichiamo che siamo tutti sia potenziali proprietari che cittadini, per cui vogliamo appagare i nostri desideri sia da soli che tramite la sfera sociale. Nel momento, infatti, in cui lo Stato chiede a tutti un sacrificio di un egoismo per dare in cambio l’appagamento di altri egoismi considerati inferiori, meno importanti o limitati a pochi privilegiati, allora sta violando il principio base dell’egoismo sociale, per cui la regola che permette questo sfruttamento non può essere considerata nel nostro interesse e quindi giusta, ma semmai un danno che viola il patto sociale ed, attraverso il potere legislativo, dobbiamo esigerne l’abrogazione.
Ecco la differenza tra la legalità e l’ingiustizia dello sgombero di Nonna Peppina. Pensateci la prossima volta che chiederete qualsiasi intervento allo Stato o una nuova legge.

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