RIFORMA INFRASTRUTTURE DI RETE

L’acquisizione americana di Italo dimostra come, nonostante tutte le inefficienze delle infrastrutture di rete italiane, il nostro mercato possa ancora attrarre investitori.
Purtroppo, scontiamo ancora la privatizzazione-truffa di prodiana memoria con cui sono state svendute le nostre reti monopolistiche a finte s.p.a. (tipo Ferrovie, tuttora in mano pubblica) o finti capitani coraggiosi, passando dal disastroso monopolio pubblico all’inefficiente e costoso monopolio privato. Chi ci rimette ovviamente siamo noi, che non solo abbiamo strapagato la costruzione, ma non riusciamo neppur ad avere una concorrenza degna di questo nome per abbassare i prezzi.
Sono tutti quei monopoli in cui la concorrenza è limitata perché l’avvio di un’attività simile comporta investimenti insostenibili per i nuovi imprenditori. Settori in cui la fornitura di beni o servizi, spesso essenziali, avviene attraverso una costosa rete di distribuzione. Ferrovie, gas, energia elettrica, televisione, telecomunicazioni, Internet, banda larga e tutti quei casi in cui la maggior parte dei costi è assorbita dalla costruzione della rete, dal suo mantenimento e sviluppo. Il più delle volte, poi, costruire doppioni di rete per ogni fornitore sarebbe inefficiente, se non irrealizzabile, perché ne basta una per coprire l’intera domanda potenziale. Il bene o il servizio distribuito, invece, ha per lo più un costo inferiore, così che, una volta ammortizzati i costi dell’infrastruttura, potrebbe esserne diminuito il prezzo. La posizione di monopolista, ovviamente però, garantisce al fornitore un’enorme forza contrattuale e non ci pensa proprio ad abbassarlo.
Abbiamo provato con il monopolio pubblico ed è stato un disastro di cui ancora paghiamo i debiti.
Abbiamo provato con la finta privatizzazione, lasciando però la proprietà della rete ad un monopolista della distribuzione, obbligato a far transitare a pagamento senza discriminazione i concorrenti, e non è andata meglio.
Se, infatti, la rete è affidata ad un monopolista, privato o peggio pubblico, che magari è pure concorrente diretto come Ferrovie, questi avrà una spropositata forza contrattuale nei confronti dei fornitori che la utilizzano, i quali dovranno subire passivi ogni aumento delle tariffe, scaricato poi sugli utenti, così come non potranno pretendere alcuna manutenzione o miglioramento della rete, che il gestore non avrà interesse a fare.
Una soluzione ci sarebbe, da adattare alle singole reti ovviamente. Visto che i primi davvero interessati ad avere una rete di distribuzione efficiente sono proprio i produttori/fornitori, la proposta è di affidare a loro la gestione sotto forma di consorzio obbligatorio.
Ciò che conta è che ogni scelta gestionale comporti costi e vantaggi in misura proporzionale all’utilizzo che fanno della rete. Il consorzio-gestore sarà quindi obbligato ad accogliere ogni nuovo fornitore in condizioni di parità, sia come membro del consorzio che come fornitore veicolato.
Ma se la rete ha una limitata capacità, già occupata dai produttori esistenti, come si fa a far entrare nuovi concorrenti? I vecchi potrebbero impedire così l’ingresso di nuove leve, creando un oligopolio. Non se li si obbliga a cedere una quota proporzionale della capacità della rete. Tutti i produttori avranno così interesse ad investire insieme per incrementarla e riprendersi la quota di domanda potenziale precedente al nuovo ingresso. Le tariffe per l’uso della rete sarebbero così fissate dai fornitori/gestori, che avranno tutto l’interesse a mantenerle basse, minimizzando i costi ed aumentando l’efficienza. Un interesse che non sarà dissimile per i grandi fornitori e per i piccoli, perché pagato in base alla capacità della rete utilizzata.
Ma che dire del recupero degli investimenti iniziali per la creazione di una nuova rete? Non sarebbe giusto che rimanessero a carico solo del primo costruttore, se non li ha ancora ammortizzati. In questo caso, oltre a spalmarli sulle tariffe d’uso, si potrebbe ipotizzare una quota iniziale di investimento da rimborsare al primo costruttore, stabilita sulla base dei costi sostenuti per la costruzione, come una sorta di rimborso spese.
Peraltro, questo meccanismo potrebbe invogliare gli imprenditori a costruire nuove reti più efficienti, confidando nel fatto di poter recuperare parte degli investimenti, magari associandosi fin dall’inizio per suddividere i costi.
Per evitare che i fornitori/gestori facciano cartello lucrando sulle tariffe di distribuzione è bene che il consorzio sia senza scopo di lucro, con obbligo di utilizzare gli utili per nuovi investimenti o per ridurre le tariffe. Ciò sul presupposto che la rete non sia una fonte di reddito per gli utilizzatori, ma solo un costo da sostenere e da minimizzare, per permettere la fornitura. Sarà, quindi, solo su questo terreno che i concorrenti si potranno affrontare ad armi pari per ottenere ricavi adeguati alle loro capacità, innescando quella concorrenza vera di cui abbiamo un disperato bisogno.
Il compito dello Stato si ridurrebbe finalmente così solo a stabilire tutte le opportune regole ed esercitare la dovuta vigilanza, affinché si permetta a tutti di entrare a condizioni uguali, non si costituiscano cartelli tra imprenditori, un fornitore di grandi dimensioni non abusi della sua posizione dominante, siano tutelati i diritti dei fornitori di minoranza, il tutto nell’interesse del pieno rispetto della concorrenza tra tutti, affinché questa si svolga secondo il sistema che meglio assicura il benessere dei consumatori, dei fornitori e, quindi, dell’intera società.

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