Una sperimentazione milanese ha dimostrato che un farmaco molecolare, il pazopanib, già impiegato per contrastare il tumore al rene, è efficace nel cancro alla vescica. È stato usato con successo su pazienti chemioresistenti e con metastasi. Il principio attivo agisce impedendo la formazione dei vasi sanguigni attorno alle cellule maligne, ovvero togliendo energia al cancro.

Lo studio clinico di fase II, condotto dall’istituto dei tumori di Milano, è stato presentato ieri a Chicago all’incontro annuale dell’American Association for Cancer Research (AACR).

Ha spiegato Andrea Necchi, l’ oncologo responsabile del trial “che la prognosi dei pazienti con tumore della vescica colpiti da ricadute o refrattari alla terapia è negativa: i pazienti,infatti, su cui cicli multipli di chemioterapia non hanno avuto successo hanno, purtroppo, una ridotta aspettativa di vita e le cure palliative rappresentano il compromesso più ragionevole”. E ancora: “Pensiamo che i trattamenti anti-angiogenetici come pazopanib siano uno strumento importante da permetterci di ottenere risultati di rilievo in pazienti selezionati”.

Il trial clinico di fase II ha coinvolto 41 pazienti con tumore della vescica o ricadute, trattati tra il 2010 e il 2011. Tutti i pazienti avevano fatto almeno un tipo di trattamento di chemioterapia per malattia metastatica.

Ai controlli successivi alla terapia, sette pazienti hanno mostrato un parziale regresso del tumore e 24 nessuna progressione della malattia: si tratta di una risposta positiva complessiva del 76%.

La sopravvivenza media senza ricadute è stata di 2,6 mesi mentre quella complessiva di vita di 4,7 mesi.

Il risultato più rilevante è stato che il 10% dei pazienti ha mantenuto uno stato di remissione di malattia dopo un periodo medio complessivo di osservazione di 19 mesi.

I ricercatori hanno inoltre analizzato il sangue dei pazienti coinvolti nello studio e dimostrato che una proteina del sistema immunitario, l’interleuchina 8, è in grado di “predire” lo sviluppo del tumore e l’efficacia del farmaco: i pazienti con un basso livello di questa molecola, hanno mostrato una maggiore sopravvivenza al tumore e su di loro il farmaco era più efficace.

Domanda agli esperti: se tutte le cellule maligne per crescere hanno bisogno dei vasi sanguigni, forse si può pensare di usare questa strategia (non chiamiamola attacco che fa tanto chemio) anche per stoppare gli altri tumori?

 

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